Gonemage – Handheld Demise
Recensione del disco “Handheld Demise” (autoproduzione, 2022) di Gonemage. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
C’è stato un momento, più o meno a metà anni Zero fino al 2009 o giù di lì, che ovunque ti girassi trovavi qualcuno a brandire un GameBoy attaccato a svariati pedali o band dai cui synth uscivano suoni a 8-bit ad accompagnare chitarroni e grida assortite. Poi la fiamma dell’infatuazione retrogaming in salsa “hardcore” si è lentamente estinta. Ma Galimgim/Garry Brents non lo sa e continua imperterrito a percorrere quella strada fatta di pixel grossi come una casa.
Gonemage è un progetto i cui confini sono seriamente tra i più labili in assoluto tra le tante realtà che furono bollate come Nintendocore. I fondali sono la base, il resto esplode in texture e sprite schizoidi che cavalcano tra una schermata e l’altra, un mondo e un altro come si diceva attaccati alle “primitive” consolle degli anni ’80, e quello che nel percorso si trova cala come un’acquazzone sfiancante di generi totalmente impazziti: c’è una vena black metal furente che brucia appena sotto la superficie e ben presto mostra le sue vestigia progressive, come fu per gli Ephel Duath di “The Painter’s Palette” (ma senza l’ingrediente jazz che ben conosciamo), un’altra mathcore implosiva che riempie i vuoti, pezzi di shoe/blackgaze come schegge di una mina esplosa al primo tocco di un post-rock lanciato a rotta di collo in un tunnel senza luci, infatuazioni trap appena accennate ma che bucano lo schermo e particelle techno latenti che riportano l’orologio indietro alla seconda ondata della rave culture che fu.
A rendere il tutto ancor più stratificato sono le 44 voci (sì, avete letto bene) che accompagnano Galimgim in questo bad trip, ognuna con caratteristiche ben calibrate, intinte in vocoder e dunque robotiche, mostruose, leggiadre, stentoree, impazzite, demolite dalle distorsioni e pulite come cristallo.
Una marea di layer che vanno a impreziosire e traumatizzare per la sterminata quantità di dati compressi in “appena” 13 brani. Roba da restarci secchi.




