Petbrick – Liminal

Recensione del disco “Liminal” (Rocket Recordings/Neurot, 2022) dei Petbrick. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.

Che Iggor sia il più avventuroso dei fratelli Cavalera è cosa nota. A differenza del fratello Max si è difatti destreggiato e lanciato in mondi spesso parecchio distanti dai Sepultura e del metal più blasonato in genere, che si parli del suo progetto Mixhell, la collaborazione con i Soulwax, N/O/T/A oppure i recentissimi Absent In Body il batterista si è dimostrato eclettico e aperto a sperimentare ben oltre la comfort zone da copione di ogni metalhead vecchia scuola che si rispetti.

Non fanno eccezione i Petbrick, progetto che condivide con Wayne Adams, noto nel sottosuolo e non molto altrove, ma che importa, anzi, meglio ancora. Il duo giunge con “Liminal” al proprio sophomore album e lo fa spingendo la macchina molto al di là dei propri numeri, estremizzandone suono, intenzioni, resa e portando a compimento un pezzo di rara ferocia sintetica.

I rimandi sono molteplici e in realtà nessuno, perché Petbrick suona originale pur riportando alla mente signori del breakbeat come Bong Ra, Venetian Snares o Igorrr. La batteria di Cavalera giganteggia tra i macchinari di Adams, si immerge in pulsanti sterzate su mid-tempo tritaossa e divora e trita alberi digitali nella jungle più estrema, mentre la grana melodica si fa sempre più grossa, più spessa e spaventosa. Se il duo rallenta precipita in inferi doom circoscritti in recinti elettrificati mentre le distorsioni vocali si fanno via via più raggelanti e in forme mutevoli che abbracciano l’hip hop più avant di marca newyorkese, questo grazie a Lord Goat e Truck Jewelz che vomitano barre di piombo fuso su Lysergic Aura, con i suoi inserti tribali che non possono né devono mancare.

Seguono arrembanti lamate d’n’b che sfuggono da dancefloor luciferini, deragliamenti urbani su legno e metallo cari ai Tambours Du Bronx, assalti gabber molleggiati e industriali al limite della psicosi, valicato grazie ad un Jacob Bannon in gran spolvero che trasforma Grind Your Dull in una guerriglia a cielo aperto. Fanno la differenza le presenze fantasmatiche di Steve Von Till e Paula Rebellato, quest’ultima presenza aleatoria su Distorted Peace, voce diafana che dilata un mondo già di per sé ampio e Von Till a portare le macchine nella foresta per poi immolarle agli déi che vi abitano dando vita a Reckoning, spaventoso rituale pagano dalle tinte retrofuturistiche, tipo Jodorowski e Moebius che si danno di acido sulle rive del Rio delle Amazzoni.

Cari metallari fatevene una ragione, da queste parti si parla la lingua dei rave della prima e seconda ondata, ché “Liminal” sarebbe perfetto per un illegale organizzato su Urano come qui sulla Terra.

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