The Cult – Under The Midnight Sun
Recensione del disco “Under The Midnight Sun” (Black Hill Records, 2022) dei The Cult. A cura di Giovanni Davoli.
Undicesimo disco per The Cult in 38 anni di carriera discografica: ce lo ricordano loro stessi in numeri romani sulla copertina. Dal glorioso passato emerge il capolavoro “Electric” del 1985 e, subito prima e subito dopo, altre pietre miliari come “Love” e “Sonic Temple”. Tre dischi che già da soli sono in grado di sfatare il mito per cui gli anni ’80 farebbero (musicalmente) schifo.
Qualche decennio più tardi, “Under The Midnight Sun” suona proprio come un disco ben fatto. Ci sono i famosi riff di Bill Duffy e anche qualche bell’assoletto; Ian Astbury è mistico ed elevato, come sempre; la sezione ritmica, compatta e grintosa. Insomma, questi sanno ancora suonare, forse meglio che mai e ne ebbero conferma le mie orecchie qualche anno fa dal vivo. Ma che bisogno abbiamo di un disco ben fatto?
Le canzoni sembrano tutte uguali; le idee melodiche mancano e dei predetti “famosi” riff nessuno sembra destinato a diventare effettivamente famoso. Qui e là qualche sintetizzatore (ad es. su Outer Of Heaven) prova a dare una maggiore epica, con il risultato di assomigliare a gruppi prog-metal già sentiti. Si prova poi la via acustica (Knife Trough Butterfly Heart) con risultati appena più convincenti e qui un cuoricino mi è scappato sulla mia app dedicata. Probabilmente il pezzo migliore, quel che però dice molto sul resto del disco. La ballad finale (Under The Midnight Sun) è piuttosto dimenticabile; dai sintetizzatori sembra che siamo passati direttamente all’orchestra d’archi. Invece i pezzoni hard (A Cut Inside, Give Me Mercy) scorrono via senza fare danni, accompagnati da video che ripropongono rispettivamente l’estetica psych e quella goth che sono nel DNA del gruppo.
Altri episodi, come Mirror o Impermanence suonano talmente prevedibili che non vedi l’ora siano finiti. Appunto, finiamola qua la recensione che noi vogliamo troppo bene a The Cult.




