AFI – Silver Bleeds the Black Sun…
Recensione del disco “Silver Bleeds the Black Sun…” (Run For Cover Records, 2025) degli AFI. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Da anni, ormai, almeno dall’uscita di “Burials” (a.d. 2013), la strada degli AFI era di color nero, e non quello del lato più “emo” di cui si sono colorati negli anni d’oro, tra fine Novanta e primi Zero, quindi non c’è da stupirsi se siamo arrivati qui, a “Silver Bleeds the Black Sun…”, forse il più “oscuro” degli album di Davey Havok e combriccola ma, sicuro come l’oro, il meno originale. E già prima non stavamo parlando di innovazione allo stato puro.
Tutto si allinea in una sola direzione, quella di quegli Ottanta già ampiamente tributati ma che qui diventano blasone su stendardo tenuto molto alto e che porta impresso il simbolo immaginifico di new wave e post-punk. Su tutti sono i Killing Joke, il loro spettro epoca “Night Time”, per intenderci, ad aleggiare spettrali sulla dodicesima fatica in studio degli A Fire Inside, ancor più che nel precedente “Bodies”. Si è aggiunta quell’oncia di epicità in più che male non fa.
I rimandi sono chiari, lampanti. Behind the Clock gira tutta attorno al basso, svettante, morbido e imponente (chi ha detto Simon Gallup/Paul Raven?), mentre Havok richiama come in un oscuro rituale vari personaggi delle pellicole più disturbanti di Lynch (come se ce ne fossero di meno disturbati…). In bilico nel gelo acustico stanno Blapshemy and Excess (che canta con “no fucking regrets” proprio di quelle santificazioni blasfeme ottantiane di cui oggi ci si tiene alla larga, visto mai) e The Bird of Prey, danzante Holy Vision, dai cori cureiani, sparati dritti in faccia e Jade Puget che staziona tra The Edge e le chitarre di Robert Smith (ancor di più Ash Speck in Green Eye). Speak of Truth “osa” spingersi in territori più d’ambiente, ma vengono a galla i Sisters of Mercy. Non basta l’iniezione death punk di Nooneunderground a trattenere lo sbadiglio.
Troppo spesso siamo, infatti, al limite del plagio proprio di tutta la schiatta darkwave. Il risultato sarà (di certo per gli AFI) quello voluto, ma di revival, almeno qui, ne abbiam piene le tasche. Troppo semplice prendere quanto fatto dai Mostri Sacri e poggiarlo a peso morto su composizioni che sappiamo non essere cover giusto per un soffio. Viene a noia molto in fretta e questo, mi sa, non è che fosse proprio voluto…




