Persher – Man With The Magic Soap

Recensione del disco “Man With The Magic Soap” (Thrill Jockey, 2022) dei Persher. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.

Prendete due tra i producer con l’immaginazione techno più fervida di tutta un’ondata post-rave che sempre nel Regno Unito getta le sue radice, e altrimenti non potrebbe essere. Prendeteli e piazzateli nello stesso studio, giusto per vedere cosa potrebbe venirne fuori.

Blawan/Jamie Roberts e Pariah/Arthur Cayzer in una stessa stanza c’erano già stati e nel 2019 avevano dato vita a Karenn, un’entità che recupera tutte le influenze del duo in ambito techno-cratico portandole a quella estremità dello spettro di una realtà che vive sintetizzata nel minimalismo e tra le gelide lande brumose garage e post-dubstep. Questo però accadeva nel 2019. In mezzo c’è stata la fine del mondo, e proprio la fine del mondo sembra trascendere col nome di Persher per descriverne ogni rovina, ogni catasta di rugginoso materiale di recupero che marcisce dimenticata in città fantasma.

In quella stanza in cui Cayzer e Roberts si ritrovano per essere una band decidono scientemente di non esserlo. Un gruppo ragiona sul suono e poi cerca di estrarlo dagli strumenti. Il duo prende in considerazione di fare l’opposto, facendo sì che le macchine, come una Skynet industrial che vive di vita propria, prendano il sopravvento e dal sound che possono creare farne nascere un demone meccanico trasfigurato nella peggiore delle ipotesi possibile di un futuro andato a farsi fottere.

Nel giro di sette brani si paventano spettri di ogni sorta, gelidi spiriti ministryiani, di quelli che distruggono completamente le sinapsi grazie ad un sound atto a svellere animo e udito in egual misura. Il cardine si pianta come un chiodo a metà strada tra chitarre marcescenti e voci totalmente scoppiate, capaci di saltare a piè pari il confine per trovarsi in terra di grind (che comunque sempre nel Regno Unito sta, quindi si gioca in casa), quell’etica ferale che nulla può mandare al tappeto.

Escono dalle tombe singhiozzi dub e jungle sepolti da distorsioni implosive, stomp martellanti che incrinano vetri antiproiettile, valvole mitraliche punk schiantate e vampirizzate del calore di un palco che non esiste né mai esisterà, palle da demolizione rave che tornano indietro autodistruggendosi, fruscii e crepitii che fanno sgretolare la pelle a ciclo continuo e che fino a ieri pensavo essere di proprietà del solo Justin K. Broadrick e invece eccole qua fare della malvagità di tante altre realtà una barzelletta se solo confrontate con questa hardcore machine da capogiro.

Se siete di stomaco forte restate, in caso contrario levatevi dalle palle perché Persher è male allo stato brado e “Man With The Magic Soap” un rituale post-tutto che miete vittime senza riguardi.

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