Benjamin Clementine – And I Have Been
Recensione del disco “And I Have Been” (Preserve Artists, 2022) di Benjamin Clementine. A cura di Simone Catena.
Il cantautore e poeta britannico Benjamin Clementine crea un rifugio intellettuale che cancella la connessione con il mondo esterno dopo due anni difficili da affrontare. Il significato filosofico e letterario dell’artista si esprime in questo nuovo capitolo in studio, il terzo del suo percorso dolce e sensitivo. “And I Have Been” dipana davanti i nostri occhi un passaggio fondamentale della sua carriera che dopo la disperazione interiore rivede la luce. Al suo interno troviamo temi sentimentali che collegano l’amore alle difficoltà, in un viaggio unico alla ricerca della tranquillità.
Il pizzico ipnotico e caloroso di Residue apre in modo tecnico il disco, il cui ululato pazzesco avvia un’esibizione straordinaria in chiave soul che si colora d’immenso nella linea vocale. Ad aumentare questo segnale prezioso udiamo i violini incantevoli che completano il brano insieme alla seconda voce femminile, distorcendo l’atmosfera. Segue la tempesta misteriosa,che precipita in un vuoto intenso di Delighted, un brano che urla tutto il suo dolore alla luna piena, con il timbro preciso degli archi che pizzicano le vibrazioni del basso su un testo malinconico e emozionante. Nel mezzo della composizione viene trasmessa una visione cinematografica da brividi che si trasforma in una poesia sinfonica. Dopo il breve intermezzo gospel di Difference, con una buona quantità di virtuosismo ci soffermiamo sul singolo principale Genesis, una delle tracce più belle del disco che, con un enorme sonorità monumentale e orchestrale, ci attira all’interno di una appassionante carezza dolce dal sound lussuoso. Le melodie drammatiche si innalzano nel cielo stellato con Gypsy BC, una canzone che mette in primo piano la voce disperata di Clementine in una situazione di abbandono. Subito dopo il passaggio poetico di Atonement lascia diverse sfumature e un ritmo danzante, che si ripresenta anche sulle note di Last Movement Of Hope e la classe indiscussa del pianoforte. Una suite strumentale con un equilibrio eccellente.
La seconda parte dell’album si apre con la calorosa esibizione di Copening dando il via a un secondo capitolo maturo e toccante, fino a chiudersi con un’opera armonica gioiosa. Weakend invece stinge in un momento di paura, cercando un nuovo spirito per cui lottare ogni giorno. Verso la fine il pianoforte neoclassico di Auxiliary ci accoglie come una canzone semplice e orecchiabile, con quel tocco pop commerciale che scorre morbido e attraente. Lovelustreman offre un inno dance contagioso, con un tempo preciso e alla ricerca di uno spiraglio definitivo verso la speranza. La chiusura viene affidata a Recommence, una traccia quasi irregolare che incastra il timbro ripetitivo del piano, per una performance sicura e significativa.
Clementine descrive sotto diversi aspetti lo stato d’animo attuale, per stupire in modo impeccabile l’ascoltatore con un disco immenso da custodire con cura.




