Arche – Transitions
Recensione del disco “Transitions” (Trascending Obscurity Records, 2022) degli Arche. A cura di Maria Balsamo.
Dalla Finlandia, già madre di band doom metal come Thergothon, Skepticism e Shape of Despair, arriva la gemma inaspettata di Arche, in grado di dare nuovi tocchi magistrali all’heavy scandinavo. La musica di Arche si presenta come un’espressione immacolata di doom metal etereo, commovente e atmosferica.
“Transitions”, prodotto dalla label Trascending Obscurity, ingloba tutte le sfumature del genere nelle giuste proporzioni. L’Ep, inoltre, denota una quantità di fascino emotivo equilibrata. Non si abbandona mai al melodramma opprimente e, nel frattempo, avvolge in sé altre influenze più immersive che rimangono integrate nel proprio sound. La musica scorre lentamente seguendo tre tracks che mantengono un ritmo lento ma costante. La qualità più accattivante di questo album è la sua sincerità espressiva, accentuata da testi di introspezione e sofferenza. Come i gruppi doom metal puristi, anche gli Arche utilizzano il growl, tecnica vocale e aspetto caratterizzante per questo sottogenere. Il death doom metal sporcato dal growl appartiene infatti a band come My Dying Bride e Anathema mentre il doom più classico è denotato generalmente da un canto pulito e molto malinconico.
Reverential Silence, un silenzio reverenziale e misericordioso infranto dagli strumenti musicali. La batteria si intrufola dolcemente nel vuoto del nulla uditivo per annunciare l’ingresso di un tema sonoro della durata di 15 minuti. Una intro esplicativa, manifesto del dolore, dell’orrore che la realtà, con le sue esperienze quotidiane, ci comunica. Il canto gutturale concretizza quella manifestazione di pena di cui un po’ tutti abbiamo bisogno. Siamo di fronte ad una catarsi in note. Ce ne accorgiamo nel bel mezzo della track, quando le corde pizzicate della chitarra emanano lentamente una dolce nube dell’oblio. Quel sentimento di tenerezza di cui abbiamo imparato a fare a meno, giorno dopo giorno.
Transition si adagia su un tappeto di tastiera e organo. Rose rosse ormai appassite disperdono i loro petali in una tempesta dalle tinte gloomy. Il decadente romanticismo di questo brano definisce al meglio il concetto di transizione, di passaggio necessario. Quel momento in cui sentiamo che un motivo importante della nostra vita sta finendo. E noi non possiamo fare altro che stare lì ad osservarlo mentre si estingue poiché è la Natura stessa che ne richiede il necessario cambiamento. E la chitarra langue.
Arriva infine una luce di conforto. Con In A Solace Light torniamo a sperare poiché la catarsi sembra essersi completata. In questa track notiamo i tratti caratteristici del funeral doom, emerso negli anni novanta proprio in Finlandia. La parte più claustrofobica e lenta di tutto il doom celebrata da band come Thergothon e Funeral. Questi ultimi influenzarono a tal punto il genere che esso prese il nome da loro. La lentezza del ritmo appare quasi esasperata, snervante, mentre la ricerca eterna dell’oblio è accompagnata da una tempesta di chitarre.
Gli Arche rispondono al nome di E. Kuismin (ex-Profetus) alle chitarre elettriche e acustiche, al basso, alle tastiere, nonché voce della band e di V. Raittila alla batteria e ai cori. “Transitions” è un album da consigliare ai fan dei Mournful Congregation, degli Evoken, Skepticism (fautori di sonorità catacombali) e dei Doom:VS.
Qui ritroviamo gli stilemi del doom metal anni ’80, caratterizzati da sonorità cupe e ritmi lenti, nell’evocazione di atmosfere decadenti con melodie drammatiche. La cover disegnata da Nate Burns raffigura un’immagine maschile dai lineamenti canuti. Un savio colto nell’atto di apertura di un libro che emana scie di macabra illuminazione. Ci sono molte verità nascoste dietro ai fantasmi dell’Io.




