Kæry Ann – Moonstone

Recensione del disco “Moonstone” (Subsound Records, 2026) di Kæry Ann. A cura di Matteo Baldi.

Kæry Ann è uno dei progetti più interessanti emersi negli ultimi anni: in questo senso già la prova d’esordio “Songs of Grace and Ruin” ha definito delle solide basi per un roseo futuro nella scena musicale. Di rosa in questa musica c’è però ben poco, prevalgono le sfumature di grigio decorate da una splendida malinconia porpora e spettrale che aleggia laconica su tutte le composizioni. “Moonstone” esce per Subsound Records e segna un nuovo capitolo nella band guidata da Erika Azzini e composta dalla bassista Francesca Papi, il chitarrista Davide Rosa e il batterista Fabio Orticoni, un lavoro più coraggioso, più elaborato e decisamente ben riuscito. 

La voce di Erika in questo disco ha preso ancora più forza nella sua identità, l’utilizzo nel latino nel pezzo di apertura è molto azzeccato, come anche le varie parti corali all’interno dei brani conferiscono un’aria solenne e austera al disco, che si presenta quasi come un canto folkloristico sostenuto però da suoni decisi e taglienti. Le chitarre tracciano scenari a volte abrasivi e altre volte atmosferici e non ci stanno ad essere incasellate in un classico outfit doom, ma spaziano anche nei registri più alti creando un perfetto contrasto con l’oscura profondità della parte ritmica e del suono cavernoso del basso.

Ascoltare “Moonstone” è un viaggio mistico e liberatorio, gli scenari sono distopici ed alienanti, ma hanno uno spazio che permette alla mente di galleggiare comodamente sui suoni e su parole di una leggerezza eterea ma di un significato pesante e incisivo. Mi vengono in mente band che si rifanno al doom più crepuscolare, come i Pallbearer e i SubRosa, ma anche qualche eco di dark wave, con quella sua ritmica insistente e quella vena sommessa e malinconica, passando per l’originalità di Emma Ruth Rundle e la potenza spettrale di Chelsea Wolfe. 

Una parola va spesa per la egregia fattura del disco registrato a Produzioni Rumorose e mixato da Maurizio Baggio. Quel retrogusto DYI ma di un’altissima qualità esalta il genere musicale proposto esaltandone i toni scuri e caldi, lasciando trasparire inoltre e in maniera chiera l’amore per i suoni veri, quelli valvolari ed autentici, lontani dai suoni patinati e iper-processati. La veste sonora di questo disco eguaglia il suo spessore artistico che è già notevole e permette di avere un’immediata connessione alla musica che si rende subito disponibile e accogliente ed entra facilmente in sintonia con l’ascoltatore.

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