Attila Csihar – Void Ov Voices : Baalbek
Recensione del disco “Void Ov Voices : Baalbek” (Ideologic Organ, 2023) di Attila Csihar. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Solo una volta mi è capitato di stare al cospetto della nera figura di Attila Csihar, nel buio di una notte catalana mentre attorno a lui si svolgeva il rituale dei Sunn O))) e lui, voce d’abisso dei Mayhem, mi faceva comprendere come la voce umana possa raggiungere, inabissandosi, punti che nemmeno avrei immaginato possibili.
A questo punto la scelta del nome Void Ov Voices assume un senso ancor più pieno e significativo è l’uso che Csihar fa del suo strumento naturale, di come, per dirla con le sue stesse parole, la musica attraversi i corpi. È questo che quella sera ho sentito, una vibrazione ossea e muscolare, qualcosa di fisico ancor più che spirituale poiché tendo al cinismo e so di vivere un dualismo strambo per il mio approccio a musica in tutto e per tutto spirituale.
Il fatto che per dare un primo input del suo segnale vocale su supporto fisico in questa veste per la prima volta Csihar vada a ritroso di ben undici anni è ulteriore prova che il tempo è relativo, che il suo ripiegarsi e dispiegarsi nella Storia, nei luoghi in cui essa si è annidata per restarci, possibilmente in eterno. Harry Sword, nel suo splendido saggio “Alla ricerca dell’oblio sonoro” si ritrova a vivere in prima persona l’effetto straniante della voce che si spande nelle gallerie dell’Ipogeo di Ħal-Saflieni, partendo dalla Camera dell’Oracolo e investiga su come le antiche civiltà dell’isola di Malta potessero aver scientemente o meno utilizzato determinate frequenze facendo sì che il drone avesse un intento rituale. In una situazione simile quanto diversa Attila si reca in Libano in quella che in tempi ormai dimenticati era chiamata “La Città del Sole”, Baalbek. È da qui che prende il nome del rituale che si riversa nelle orecchie dell’iniziato.
Di come i luoghi, distanza e vicinanza, influenzino il modo di rapportarsi ai luoghi se ne potrebbe parlare molto a lungo. Mentre ascolto i due lunghi movimenti che compongono l’album (anche se la parola album in questi casi mi sembra un termine decisamente riduttivo) provo un’altra volta quella sensazione, vengono stimolate parti del mio sistema nervoso che portano la mia testa a disegnare piccoli cerchi. L’atto ipnagogico in azione nei primi 27 minuti, in cui il portatore vocale affastella una sopra l’altra linee gutturali che diventano a mano a mano un unisono che circonda, un coro mistico portatore di tremori interiori, come un sogno che va dipingendosi sulle mura Romane del Tempio osservato da una camera d’albergo, in droni tanto ampi e multipli da sembrare uno sciame.
Il secondo giorno, il secondo movimento, è esterno e in esso sembra fluire ancor più insistente quanto è racchiuso nei secoli di esistenza della Pietra della Gestante, o Pietra del Sud, un enorme monolite su cui il rituale riprende da dove si era precedentemente interrotto. Una linea melodica si insinua nelle vie gutturali, cave laringee su cui scende un innaturale buio mentre la pietra si scalda dei raggi solari. Il drone è moltiplicato in maniera sostanzialmente differente, non più unisono ma una scala, frasi che si frappongono tra quell’unica linea luminosa e il più alto salmodiare in un crescendo che si muove impercettibilmente verso l’alto e si addensano come una nube impenetrabile sul sito archeologico fino a coprirlo totalmente.
Nell’assoluta sicurezza che un’opera del genere non possa lasciare indifferenti ne constato la difficoltà a dir poco estrema nell’approcciarsi. Non è cosa che si possa fare a mente calda. Bisogna far sì che ci sia abbastanza spazio e concentrazione per addentrarvisi oppure si perderanno pezzi importanti di quello che il flusso vocale di Attila Csihar ha da offrire, come veicolo dell’Oltre.




