Alos – Embrace the Darkness

Recensione del disco “Embrace the Darkness” (Dio Drone/Archaeological Records, 2023) di Alos. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.

Non sono in grado di meditare. È da sempre un mio limite e credo sempre lo sarà. Qualsiasi tentativo è stato vano. L’idea di svuotare la mente mi è quasi del tutto estranea. Quel che so fare, però, è viaggiare grazie alla catarsi del suono. Quello sì. Fa per me.

Con Stefania Pedretti. il viaggio è sempre stato semplice. Traslare me stesso attraverso i suoi rituali (parlare di dischi è riduttivo, pur essendone essi traduzione fisica) un atto quasi necessario. Un bel po’ di anni fa mi trovai dinnanzi agli OvO in procinto di sonorizzare il “Nosferatu” di Murnau e fui così rapito dal tutto che, pur mantenendo gli occhi ben aperti, mi ritrovai catapultato altrove, anche oltre la pellicola. Così è stato con gli album di Alos. Così è con “Embrace the Darkness”. Eppure sono una persona tutto tranne che spirituale, qualsiasi cosa voglia dire.

Nàresh Ran di Dio Drone dice che questo non è un progetto che parla di un vulcano, ma di essere un vulcano. Un vulcano è tante cose, si potrebbero elencare, ma meglio ascoltare. Il suono che Alos ricava da Stromboli è il suono dell’eterno che si materializza, delle difficoltà che, affrontate, mostrano nuove immagini. Ciò che i microfoni di Marcello Batelli catturano è altro rispetto a quanto si possa definire. Parlarne è difficile. Lo faccio mentre il suono passa dalle casse inondando casa mia.

Vento, rumori, parti di melodia naturale che si muovono in simultanea con la voce, prima un fiato, poi tempesta. Voci antiche che si incarnano in una sola che, vibrando si fa alterità, distaccamento e unificazione. Pace che si inclina su bordoni feroci, sintetizzatori a grana grossa da cui nascono i flutti delle onde, il mare elettrico che schiudendosi lascia che l’acqua, quella vera, fluisca. Pietra e vetro maneggiati con cura possono dare vita a un suono che pare alieno, il “primitivo” e lo sconosciuto dietro di noi, quello che fu ancor prima del virus del linguaggio, che si fonde con l’avanti, il futuro altrettanto inconoscibile (non è forse questa la pietra fondativa di quello che chiamiamo industrial?) e ancora voce e ancora ritmo, ancora ipnosi, lava pietrificata che sembra prendere vita, la senti sgorgare dal corpo e dalla gola. Qualcosa che rotola e crea pulsazioni, strade di musica destrutturata che implode, le grida stridenti che divorano e mordono, i rintocchi metallici a perdersi nel vento, diventando un tutt’uno, creatori di nuove realtà. Realtà attraverso vocalità viscerali, che proprio dalle viscere della Terra riemergono lambendoci.

La fragilità da cui sboccia un nuovo percorso. “Embrace the Darkness” è un passo oltre. Non lo si può definire né descrivere davvero (io ci ho provato senza riflettere, scrivendo-ascoltando in simultanea). Lo si deve vivere e accogliere in sé e far sì che diventi una strada su cui camminare. Non è, come dicevo, un disco, non almeno come comunemente inteso. È Altro da sé ma parte di chi vi si addentra ed è di una bellezza profonda.

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