BIG|BRAVE – nature morte

Recensione del disco “nature morte” (Thrill Jockey, 2023) dei BIG|BRAVE. A cura di Simone Catena.

Il trio canadese Big|Brave è uno dei progetti più entusiasmanti sulla scena post doom metal mondiale: la loro produzione nasce sotto l’ala protettiva di Efrim Manuel Menuk, frontman dell’incredibile collettivo Godspeed You! Black Emperor. Infatti, la quantità di distorsioni e paesaggi dissonanti che prendono vita nelle composizioni dei Big|Brave lasciano l’ascoltatore a bocca aperta. In ogni loro brano poi i riff non prendono mai spunto da una semplice melodia, ma vengono stravolti dalla grande personalità del gruppo, che concentra un groove incendiario in una narrativa personale che cambia spesso e volentieri forma e colore durante il cammino. “nature morte” è il sesto full lenght della band e segna un insolito viaggio primordiale in cui le catene espansive di delay riecheggiano nell’aria, creando una dolorosa sensazione che mescola rabbia e dolcezza in un racconto emotivo unico.

Il disco prende vita con la complessa e furiosa Carvers, Farriers and Knaves, che presenta una lunga e ragionevole traccia che aziona il rombo potente delle percussioni e con l’insieme di voci impazzite agitano un ritmo vibrante ad un volume elevato e frenetico. Man mano che va avanti, la canzone si evolve con una sfumatura più lineare, mantenendo l’oscuro timbro doom graffiante tipico della band. The One Who Bornes a Weary Load continua sullo stesso tema, con una ripresa dei riff sporchi e una linea vocale aspra che lascia una breve e piacevole sensazione, prima di ripartire con violenza inerpicandosi lungo una parabola primitiva e infernale: un brano eccellente che crea suspense. L’unica canzone strumentale di questo lavoro è My Hope Renders Me A Fool, che rende la cavalcata più sensibile andando al rilento e regalando un momento più tranquillo che avvicina ad un epilogo inquietante, giocando inoltre su atmosfere drone martellanti.

In The Fable Of Subjugation, invece, troviamo dei riferimenti dolci alle poesie di Pj Harvey: in questo caso le voci seducenti di Robin Wattie raccontano una storia vera di paura e bellezza, contorcendosi sui riff dissonanti con una forza interiore che toglie il respiro. Una composizione enorme che spiazza l’ascoltatore nei suoi lunghi ed estenuanti nove minuti di durata. Prima di chiudere, ci abbandoniamo al colosso impegnativo di A Parable Of The Trusting, con un ampio momento delicato che fa crollare nell’intermezzo gli accordi in una profonda narrazione sospesa nell’aldilà. La distorsione gonfia e meccanica offre un devastante miscuglio di suoni alienanti, che vanno a braccetto con il lamento assordante della voce. Chiudiamo con The Ten of Swords, una composizione sperimentale che danza in una sottile esplosione purificante per spegnersi lentamente in un attimo surreale.

Unici e aggressivi, i Big|Brave abbracciano il rumore senza preoccuparsi degli schemi e andando oltre le barriere del suono: “nature morte” è costellata di atmosfere diverse che scricchiolano ad ogni passo del trio canadese che ancora una volta centra il bersaglio.

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