Leland Did It – Hotel Moderno

Recensione del disco “Hotel Moderno” (Dischi Uappissimi, 2023) dei Leland Did It. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.

All’atavica domanda della cultura “pop” del thriller “Chi l’ha uccisa?” la risposta non potrà che essere una sola: “Leland”. Anche se, in fin dei conti, non è stato proprio così, ma il punto è e sarà sempre l’associazione nome-volto-paura. Neil Patrick Harris/Barney Stinson in “How I Met Your Mother” basta vedere Ray Wise vestire i panni del padre – ovviamente – della compagna Cobie Smulders/Robin Scherbatsky che subito se la fa nei pantaloni e sbraita “Vampire in the daylight!”. Gli autori sapevano perfettamente che a far scattare gli spettatori sulla sedia non sarebbe stato il padre di Robin, descritto come un tipo freddo e burbero ma che di certo non ha massacrato la figlia, bensì quello di Laura Palmer. Nome-volto-paura.

Non so se i Leland Did It abbiano pensato a questa causa/effetto però il “trucco” è pienamente riuscito anche a loro, tanto da attirarmi nella loro direzione pur non conoscendoli. Mea culpa, va da sé, ma non possiamo sapere tutto altrimenti che gusto ci sarebbe? Il gusto di scoprire qualcosa di tanto abrasivo da sentirsi scorticati con l’avvicendarsi dei brani che compongono il secondo album del quartetto barese. Qualcosa che se ci fosse ancora una straccio di scena in Italia e non pulviscolo che a noi ascoltatori in primis e scribacchini poi tocca riunire, come i puntini della Settimana Enigmistica, pur di evitare di gridare “al miracolo” parlando di cose che sono tutto tranne che miracolose rischiando di perderci per strada altro che invece meriterebbe di stare in cima a quella scena di cui sopra che oggi è un fantasma.

Punto primo: non azzardatevi ad accostarli a questo sterile revival post-punk. Sono in giro da prima che tornasse in auge e, pur mostrando vestigia care all’estetica del genere, le trascendono, in un modo o nell’altro. Punto secondo: i suoni. “Hotel Moderno” ha i suoni, altra cosa rarissima, e spesso sembrano persino sbilanciati, ma più ci si addentra nel disco più è chiaro che hanno un bilanciamento tutto loro ed è parte del significato insito, con la stessa band a dichiarare: “Tutto è divorato da una società disfunzionale, in cui la mente turbata di un uomo viaggia fra le macerie di una relazione finita.” Disfunzionale è di sicuro l’aggettivo più giusto per definire ogni singola parte di ogni singola canzone. C’è una capacità di togliere l’equilibrio della linearità più unico che raro, qui.

Ci sono aperture rarefatte, stanze ampie e polverose in cui staffili melodici si lanciano nel gelo delle drum machine, 260, la title track priva di ogni riferimento e pulsazione, sono geometria dell’orrore umano. Tutto viene sottolineato da quell’assenza di carne propria della macchina, con il collante della voce che sciorina le miserie della mente e ne rafforza i patimenti mentre tutto distorce e torna a galla trasformato. Dalle volontà rave spettrali di The Hunt e Spoiled che quasi carezzano quelle ormai antiche sensazioni faithlessiane ormai in via di obliterazione a quelle più marcatamente (porno)industriali della lasciva Submissive o Still, con quel basso che fracassa tutto quanto lasciando in piedi ben poco. Se poi anche una ballad disintegrata come Lonesome Song (For A Long Gone Love) riesce a uscire dal tutto lurida di olio motore si ha una fotografia perfetta del degrado che vanno descrivendo.

Quasi quasi viene da dire che i Leland Did It abbiano catturato il lascito di “American Supreme” dei Suicide, e non è una questione di assimilazione sonora, quanto spirituale ad accomunarli a Rev e Vega. Lo sporco che investe monoliti wave come That’s For Sure, forte di aperture melodiche spaventose, è lì a dimostrarlo. Un po’ come la presenza di una leggenda obliqua come Amaury Cambuzat, che cura il master di “Hotel Moderno”, non uno che troviamo proprio dappertutto. Una garanzia, ce ne fosse bisogno, perché basta immergersi nell’album per capire che questi giocano in un altro campionato rispetto ai nove decimi dei colleghi nostrani.

Nome-volto-paura e suono. Obiettivo pienamente raggiunto.

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