Luge – I Love It Here, I Live Here

Recensione del disco “I Love It Here, I Live Here” (Autoproduzione, 2023) dei Luge. A cura di Nicola Stufano.

Cosa succede quando una band math-rock di Toronto ascolta Gigi D’Agostino e se ne innamora, lasciando che influenzi la sua musica? Sicuramente qualcosa di molto strano, ed inevitabilmente interessante. Sono i Luge, quartetto attivo dal 2018 e per ora sconosciuto, ma non abbastanza da non finire in qualche playlist online per catturare l’attenzione. “I Love It Here, I Live Here” è già il loro quarto disco, rigorosamente autoprodotto ed in streaming gratuito come i precedenti: I Luge per ora non hanno l’ambizione di campare di musica, se cerchi su Google la cantante e tastierista Kaiva Gotham la prima cosa che appare è la sua pagina di Linkedin, dalla quale scopriamo che nella vita ordinaria fa la contabile (a dire la verità in Italia c’ha il lavoro in banca pure gente che riempie i palazzetti, ma non divaghiamo), ma questo loro quarto disco rappresenta qualitativamente una svolta che merita di non essere ignorata.

Le 10 tracce del disco hanno uno schema ricorrente: inizio sincopato e sghembo su ritmi impossibili e non orecchiabili, per poi “droppare” nel mezzo con un bridge e sciogliersi verso un finale più d’impatto. Sembra banale, eppure funziona e molto bene: sotto c’è una tecnica compositiva che abbraccia un po’ tutti i maestri del genere, la partenza col turbo di I’ll be Lucky sembra presa dai migliori Uzeda e chissà se li hanno mai ascoltati; nella seconda parte portano scompiglio le tastiere in modalità synthpunk giapponese a-là Polysics, rendendo il finale irresistibilmente freak. 

Tra gli episodi meglio riusciti, oltre alla prima traccia appena citata, si segnalano: A Litte Bit (a Lot of), che estremizza un po’ tutti gli aspetti elencati, risultando due tracce in una. La prima parte incuriosisce, ma è la seconda quella che cattura, con questo inno alla spensieratezza e a non prendersi troppo sul serio che è un po’ croce e delizia di questa band (nel senso che meriterebbero di essere presi un po’ più sul serio da tutti, a cominciare da loro stessi); la title-track è forse il pezzo più facile, per modo di dire: inizio granitico, e poi nel finale l’ispirazione eurodance che tira le fila e li conduce su qualcosa che in realtà somiglia più ai Franz Ferdinand dei tempi d’oro.

In Wide & Loud c’è l’autotune e manco loro ti sanno spiegare perché, facendo salire con autorevolezza il livello di cazzeggio. Water Sparking Everyhwere tende più a una linearità punk-rock, la successiva I Can’t Here You What assolutamente no, ma sono entrambe stecche micidiali di 3 minuti. Delude un po’ solo la finale Spoon Feeding Crab Walking, dovesi raggiunge il massimo livello di complessità chitarristica a scapito della resa complessiva. Infine, se avete mai avuto la curiosità di sapere come potrebbe suonare un pezzo math-rock cantato in lettone, Katru Dienu e Pumpuri sono sicuramente le tracce che fanno per voi.

Il mondo si divide in due schiere di cazzari: quelli che passano la vita a nasconderlo e a vergognarsi di essere tali e quelli che fanno del loro essere cazzari una bandiera e un valore aggiunto. I Luge appartengono a quest’ultima schiera e sono forse tra i cazzari più talentuosi ascoltati di recente,col merito ulteriore di aver introdotto qualcosa di nuovo in un genere che negli ultimi 15 anni ha fatto fatica a tornare in auge con cose interessanti. Dategli un ascolto e non ve ne pentirete.

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