Kre’u – Kre’u
Recensione del disco “Kre’u” (Autoproduzione, 2023) dei Kre’u. A cura di Matteo Candeliere.
Che il black metal sia spesso legato in maniera indissolubile alle radici della terra su cui germoglia è cosa nota: basti pensare ai siciliani Inchiuvatu o ai Selvans o, a volersi allontanare dai confini nazionali, sbarcare in Norvegia, laddove il seme di questo genere estremo ha trovato terra nera e fertile. E allora sarà il caso di scomodare i soliti, importantissimi nomi di Ulver, Darkthrone, Satyricon, e i riferimenti al loro folklore, al loro clima gelido e, soprattutto, alla loro lingua. Scavare tra le proprie radici e intraprendere un viaggio a ritroso nella propria storia – unita a una ricerca linguistica tutt’altro che scontata – sembra essere il focus dell’impresa musicale dei Kre’u, realtà emersa dal brullo entroterra sardo, la Barbagia.
Dal punto di vista musicale, le sei tracce del disco si presentano come un black metal che punta più sull’atmosfera che sulla ferocia, con ritmi spesso sapientemente rallentati per ricercare la drammaticità richiesta dal concept, un “tributo di tutti i banditi e fuorilegge che, durante il periodo Sabaudo (1720-1861), hanno combattuto, resistito e sono morti per la propria indipendenza ed individualità”.
“Kre’u” si apre con la lunghissima Dae una losa ismentigada che, forte dei suoi 9 minuti di sussurri e fruscii, si assume il compito di prendere per mano l’ignaro ascoltatore e accompagnarlo sotto le stelle della Barbagia come farebbe un compagno di viaggio di cui è meglio non fidarsi.
La storia prosegue, e con Nottùrnu finalmente assaporiamo un po’ di distorsioni: ai riff di chitarra, però, si sovrappongono – perturbanti, ossessivi, e proprio per questo più che affascinanti – i classici cori politonali che proprio in Sardegna hanno conosciuto diffusione e fortuna.
Sa morte ‘e su pastore, dopo un’introduzione ambient figlia delle scariche elettriche che precedevano la folle corsa del lupo di “Nattens Madrigal” degliUlver, prosegue sullo stesso tenore, ma con un riffing di chitarra se possibile ancora più ispirato (la melodia iniziale è, almeno per chi scrive, il miglior riff del disco), mentre la successiva As sos antigos si attesta su tempi più dilatati e procede con la lenta ostinazione delle cose antiche.
Ebbia su sambene, con i suoi riff in tremolo picking, è forse la canzone che più si avvicina ai canoni del black metal, per quanto impreziosita da uno stile canoro a metà tra lo scream e una voce che nel suo estro risulta quasi operistica. La canzone si apre con un inquietante scambio di sussurri (è una confessione? L’elaborazione di un piano? La sigla di un patto?), una scena che non posso non immaginare alla luce di una candela, con schegge di ombre a intarsiare i volti dei protagonisti. La coda è affidata a A pàlas non tòrred – ai suoi canti, alle sue grida, ai suoi sinistri ammonimenti. Sicuramente uno degli episodi migliori del disco.
“Kre’u” non è esente da difetti (forse in alcuni passaggi risulta un po’ prolisso, e la produzione lascia, almeno per i miei gusti, un po’ troppo in secondo piano le chitarre), ma nel suo complesso incanta, spaventa e, soprattutto, si fa ascoltare che è un piacere.
Che poi è la cosa più importante.




