Arlo Parks – My Soft Machine

Recensione del disco “My Soft Machine” (Transgressive Records, 2023) di Arlo Parks. A cura di Antonio Margiotta.

A due anni di distanza dal debutto, arriva la seconda prova discografica per la britannica Arlo Parks. Se “Collapsed in Sunbeams” aveva riscosso il plauso di critica e pubblico, dimostrando la versatilità di una ventunenne alquanto promettente, questo “My Soft Machine” prova ancora una volta la poliedricità dell’artista londinese.

Le dodici tracce che compongono questo nuovo full lenght sono infatti un compendio ben riuscito di sonorità differenti, una serie di incursioni in territori sonori dove il synth pop più minimale (Puppy) si unisce agli sprazzi di energia di quello più elettronico (Blades), senza dimenticare per questo virate più chitarristiche (Devotion). L’intro Bruiseless non disdegna poi sonorità spiccatamente black, dove a dominare è un flow di matrice hip hop che ci traghetta nel resto della proposta e nella sua varietà stilistica. Un tratto distintivo che, a dispetto di quanto si potrebbe credere, non intacca la solidità dell’album: “My Soft Machine” è infatti un lavoro compatto, che mette perfettamente in mostra la capacità di Arlo Parks nel dominare la materia indie pop nelle sue molteplici sfaccettature. Il fil rouge che fa da conduttore è infatti la volontà di mettersi a nudo, il desiderio genuino di raccontare sé stessa in musica per esprimere in modo spontaneo difficoltà e contraddizioni dei propri vent’anni. Dopotutto, è stata Parks stessa a descrivere l’album come un lavoro molto personale, un’esplorazione del proprio mondo interiore che tuttavia riesci in ogni passaggio a creare una connessione ideale con l’ascoltatore.

A partire dalla già citata Bruiseless troviamo infatti dichiarazioni tanto private quanto universali (“I wish I was bruiseless, Almost everyone that I love has been abused, and I am included”): nessuno è esente dal dolore in questa vita, e la sua accettazione diventa il primo passo per sentirsi più leggeri, o “senza peso” come nell’omonima Weightless, dove trova spazio la forza necessaria per dichiarare il proprio bisogno di qualcun altro. Amore e capacità di accettazione sono poi centrali in Impurities, che con i suoi synth delicati e luminosi si conferma una delle tracce più riuscite dell’album, invitandoci ad abbracciare senza paura le imperfezioni di chi scegliamo al nostro fianco.

Piccoli, grandi messaggi che incarnano il cuore pulsante di un’opera tanto intima quanto fruibile per un pubblico più ampio: dopotutto, le sonorità squisitamente pop e chill di “My Soft Machine” strizzano l’occhio in modo piuttosto evidente all’airplay radiofonico UK o alle piattaforme di streaming, complice anche il featuring con un nome di portata globale come quello di Phoebe Bridgers in Pegasus. Ma non ci troviamo per questo di fronte a un’opera inconsistente o patinata: Arlo Parks sa quello che fa, e lo fa molto bene.

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