Spoon – Memory Dust

Recensione dell’EP “Memory Dust” (Matador, 2023) degli Spoon. A cura di Paolo Esposito.

Lo scrivevo l’anno scorso, in occasione della recensione di “Lucifer On The Sofa“: gli Spoon hanno messo insieme dieci pezzi senza il minimo riempitivo. Sul piano commerciale ci sono diverse strade per pubblicare pezzi comunque validi ma che non hanno superato il fatidico “final cut” dei discografici: la band di Austin ha scelto quello di pubblicare un EP, “Memory Dust”, inserendo due brani scartati dal disco dello scorso anno più una cover. Che sia un’operazione commerciale, per così dire, trainata, lo si nota anche dall’artwork di copertina, che riprende in tutto e per tutto i temi e i colori di “Lucifer”

Si parte, quindi, con la presa diretta di Sugar Babies, un pezzo consistente e ritmato, ma che con tutte le elettrificazioni del caso sarebbe stato oggettivamente un pesce fuor d’acqua nel precedente lavoro. La cover in cui si producono Daniel e soci è She’s Fine, She’s Mine, un reperto archeologico tirato fuori dalla collezione di Bo Diddley, suonata rigorosamente in stile vintage ma con una spruzzata di modernità che non guasta. 

Questa mini batteria promozionale si chiude con Silver Girl, pezzo che merita un piccolo discorso a parte. E’ composto e confezionato molto bene, segue i canoni dell’indie-soft-rock che di questi tempi va di moda negli Stati Uniti. Inoltre ha una sezione armonica concepita in modo eccellente: tutti i componenti suonano in modo ispirato e compatto, fornendo quale risultato finale una melodia orecchiabile ma potente. È l’unico pilastro su cui si regge un EP francamente evitabile. Anzi, ascoltando l’ultimo brano viene quasi da chiedersi i motivi dello scarto.

In definitiva, probabilmente gli Spoon avrebbero fatto cosa gradita incidendo 11 tracce per “Lucifer”, lasciando magari a qualche singolo successivo la riesumazione di un pezzo del 1955 e una giocosa jam session. Ma il mercato musicale, si sa, è un mondo popolato di misteri.