Moon Coven – Sun King

Recensione del disco “Sun King” (Ripple Music, 2023) dei Moon Coven. A cura di Simone Catena.

Gli ermetici Moon Coven si ripresentano sulle scene dopo due anni dal loro terzo capitolo, il colossale “Slumber Wood” del 2021. La storia del gruppo inizia a Malmö, in Svezia, snodandosi attraverso un percorso intenso e psichedelico, in cui il gusto sonoro dei musicisti si inoltra nelle profondità della mente battendo un potente e distinto cammino heavy rock. In questo nuovo album intitolato “Sun King”, prodotto dalla solida etichetta americana Ripple Music, si viaggia a gonfie vele verso tematiche personali e furiose, abbracciando un sound più versatile e creativo che avvicina l’ascoltatore anche a suite progressive stile Pink Floyd. Il suo insieme infine garantisce una scrittura interessante e versatile, affermandosi a pieno nel genere. 

Il riff energico di Wicked Words in Gold they Wrote innesca una buona apertura che ci trascina in un’atmosfera rocambolesca e amplificata in cui la corsa ruggente della chitarra dà il via a una danza blues rock, che esplode in un ritornello stoner graffiante. Segue la cavalcata esplorativa di Seeing Stone, che aumenta d’intensità e si imbatte in una ritmica travolgente. In questo caso la dinamica del brano si arricchisce di attimi taglienti e melodici, rimbalzando su un’emozione gioiosa. La title track invece si sposta in territori oscuri, grazie a un fangoso timbro doom che alza il livello tecnico, toccando le influenze dei Black Sabbath, con una linea vocale armoniosa e potente, fino ad abbandonarsi ad un impegnativo assolo di chitarra. Behold the Serpent raffredda gli animi con un arpeggio misterioso e malinconico, una composizione che si traveste di drammatico, agitandosi a dovere in un tempo funebre e violento. Il ritmo lento della batteria accoglie la sensazionale voce e dà vita a un racconto meraviglioso. Una traccia stupenda e completa. Il basso ringhiante di Below the Black Grow continua il momento tonante e sporco, spazzando una tematica ripetitiva e dormiente, mentre Guilded Apple fa un deciso salto nel passato a cavallo di un riff travolgente in stile anni ’90.

Prima di chiudere, la batteria audace si accompagna alla distorsione martellante in The Yawning Wild facendo risaltare uno stile cupo e nauseante, senza uscire troppo dagli schemi ruvidi e pesanti. Passiamo poi alla breve strumentale Death Shine Light on Life che si poggia su un delicato e entusiasmante giro progressive che risuona nell’aria come un elemento prezioso e visionario. Il disco si conclude con l’infernale gancio di The Lost Color, per un finale caotico e rumoroso. 

“Sun King” è un album piacevole e passionale che mette in risalto tutte le strabilianti idee del gruppo completando un nuovo inizio espansivo e ricercato.

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