Break The Static: i venti dischi new school hardcore più importanti di sempre
Venti album che rappresentano maggiormente quell’epoca di cambiamento, posta tra la vecchia scuola del punk e la nuovissima e coloratissima era dell’hardcore moderno.

Old school or the new, doesn’t mean a thing if your heart is not true
Partiamo da una frase, da una citazione. La conoscete tutti. Appartiene a una delle canzoni più significative della scena hardcore mondiale e di tutti i tempi. È, tra le tante, la più chiara presa di coscienza di un passaggio generazionale, di un cambio della guardia, di un nuovo inizio. Sono ovviamente i Sick of It All. In realtà, questa transizione avvenne alcuni anni prima della sua uscita: è come se i conti fossero già stati fatti, ma credo sia significativa in quanto, da quel momento in poi, venne sdoganato totalmente quel termine, “new school”, che fece storcere il naso a chi, durante gli anni ’80, seguiva il punk e l’hardcore. Se ne poteva parlare liberamente, si era raggiunto questo traguardo.
Dagli albori degli anni ’90, infatti, era ben chiaro che una nuova onda stesse raggiungendo le città che erano sempre rimaste ai margini della scena musicale alternativa americana. Con rinnovata foga, con rinnovata lena. Connecticut, Syracuse, Buffalo, Cleveland, Boston e Florida presero il posto di New York, Washington e Los Angeles, mentre in Europa Belgio, Francia e Germania surclassarono, a livello di eventi e proposte musicali, le trainanti Italia e Inghilterra, che nei due decenni precedenti erano stati i fulcri del movimento punk – hardcore nel vecchio continente.
Musicalmente, i ritmi serrati e la velocità lasciarono il posto a contaminazioni rap, thrash, emo e metal: i ragazzi iniziarono ad ascoltare una gamma molto più ampia di gruppi ed iniziarono a vestirsi con abiti di marca tralasciando, in qualche caso, impegno politico ed attitudine. Furono questi i motivi per cui vennero perpetuamente considerati, da chi continuava a rimanere legato alla vecchia scuola, dei poser. I tempi, però, erano cambiati inesorabilmente. I kids avevano avuto il loro say, la reason why era venuta a galla e l’idea di unity era ormai diventata una mera utopia. Tanto valeva prenderne atto e andare avanti. Victory Records in America e Good Life Recordings in Europa iniziarono a sfornare un disco al mese, praticamente, monopolizzando le uscite e il rooster dei festival dei concerti in tutto il mondo, mentre pian piano i gruppi Youth Crew, Posi–Krishna e Thrascore andavano scemando.

Era però un’epoca parallela al boom del grunge commerciale e del punkrock californiano mainstream, non era facile entrare nei canali di diffusione. La forza di questo “movimento”, se così possiamo chiamarlo, fu proprio il proporsi come punto di rottura nei confronti di passato e contemporaneità. Con narcisismo e sfacciataggine.
Questa che vi proponiamo è una lista (partiamo stavolta dai dischi meno conosciuti, lasciando in fondo quelli con una più elevata caratura) di venti album che rappresentarono maggiormente, secondo noi, quell’epoca di cambiamento, posta tra la vecchia scuola del punk e la nuovissima e coloratissima era dell’hardcore moderno.
Il lasso temporale che abbiamo scandagliato dura dal 1990 al 2005: gli anni successivi avrebbero visto la nascita di bands come Blacklisted, Cold World, Iron Age, Power Trip, Down to Nothing, Terror e Bitter End, capaci di rendere ancora più determinante e robusto il concetto di “nuova scuola”. Alzando i volumi, puntando molto di più sull’immagine e, paradossalmente, virando verso un sempre più totale disimpegno politico che portò, in alcuni casi anche in Italia, ad una deriva, ahimè, in certe occasioni troppo reazionaria e discriminatoria.
Unabomber – Come spesso sono (2001)

Era un’epoca in cui anche da noi si sperimentava. Dal vivo (ero ragazzino) i loro live furono una vera e propria apoteosi. Doppia voce in italiano per testi intimisti e post-industriali, pantaloni larghi, compostezza, volontà di lasciare qualcosa al pubblico, riff, ritmi sostenuti. Mi facevano letteralmente impazzire. Gli Unabomber da Morbegno non erano classificabili, erano un’entità capace di sopravvivere da sola. Infatti, durò poco, ahimè, come progetto, ma se andiamo a cercare qualcosa di più importante nei nostri confini, in quegli anni, non troviamo nulla.
Kickback – Cornered (1995)

École de France. In un’epoca in cui spopolava l’emoviolence, gli ultimi fuochi di resistenza canottara d’oltralpe erano alimentati dalla scena parigina. In continuo fermento sotto l’aspetto dei concerti, delle produzioni e dell’ingellamento do it yourself, “Cornered” credo sia il disco più tamarro e sporco che abbia mai ascoltato. Mosh infinito, riff ripetuti, vocalità stentata, lentezza di esecuzione commovente, violent dancing promossa a suon di volantini ed esibizionismo. Cosa volere di più?
Hoods – New Blood (1997)

Donnybrook, Maximum Penalty, Deez Nutz. I gruppi più famosi del rap-core tamarro moderno nascono tutti da questo album, il debutto dei californiani Hoods. L’ascolto di “New Blood”, però, non è facile. Non tanto per le tematiche affrontate, ci mancherebbe, piuttosto per lo stile e l’attitudine della band, che riesce in pochi minuti e molte sbandate a creare un nuovo genere dal nulla, ovattando e comprimendo al massimo i suoni in puro stile nineties.
Chokehold – Content with Dying (1995)

I Chokehold erano il gruppo hardline più impegnato sotto l’aspetto politico, in quegli anni. Affondavano le radici nei Born Against e nei Poison Idea e non seguivano le mode. Non andavano in giro col cappellino girato, non si atteggiavano da machi, non indossavano catene. Erano un po’ alla Refused, se proprio vogliamo trovare un paragone stilistico estetico. Il loro secondo album è una montagna sonora di impegno, rabbia anticlericale e denuncia: erano canadesi e potevano permetterselo. Suoni ruvidi, ovattati, senso di solitudine combattiva. Un suono del crash così straniante e sleale non si sarebbe mai più sentito, in nessun disco hardcore. Né old né tantomeno new school.
Death Threat – Last Dayz (1998)

“You keep lyin’ to me again and again. Always talkig your shit but you still wanna be my friend”. Uscito per Stillborn Records, questo capolavoro testosteronico suona ancora a meraviglia, a distanza di un quarto di secolo. Già dal titolo, con quella “z” a primeggiare, si capisce dove i boys di Bridgeport volessero andare a parare. Ogni testo un’aggressione, ogni canzone un breakdown. Gli argomenti sono sempre gli stessi: attitudine, amicizie finite male, patti che vengono infranti. Old to the New è un palese omaggio ai Sick of it All, ma i Death Threat ci aggiungono un carico di inutile violenza che rischia di far apparire il tutto, marcatamente, grottesco.
Do Or Die – Heart Full of Pain (2001)

Il classico disco del porchettaro del venerdì notte. Ci sono affezionato, ai Do Or Die. Perché sono simpatici, perché ci sono cresciuto, perché ci ho viaggiato in treno centinaia di volte. Estate, inverno, lavoro, scuola. Di ritorno dai concerti, dopo gli allenamenti. Sono una comfort zone, per me. Metà belgi, metà italiani, cantano in inglese con doppia voce e ci aggiungono pure del dialetto siciliano. Ammettiamolo, le Fiandre hanno prodotto di meglio, ma questo album non perderà mai il suo posto nel mio cuore.
Strife – In This Defiance (1997)

Forse l’uscita meno Victory della Victory. Lo stesso anno dell’apoteosi targata Hatebreed, a Los Angeles si muoveva qualcosa di veramente importante. Parallelamente, quasi in sordina. L’attitudine era quella di puro stampo Youth Crew, ma il veicolo, il modo di suonare era moderno, assillante, coinvolgente. Mosh all’ennesima potenza e un messaggio, a volte troppo frequentemente ignorato, che ritorna di colpo a farsi sentire. The purpose, the passion.
Turmoil – The Process Of (1999)

Per la prima volta, è la tecnica a prevalere. Il metallosissimo disco dei Turmoil da Philadelphia, uscito nel 1999, dimostrò che la nuova scuola accacì americana potesse raggiungere traguardi importanti anche sotto l’aspetto prettamente musicale. Molto Deadguy, moltissimo Corrosion of Conformity, ero indeciso se piazzare o meno questo disco in classifica. Perché siamo al limite, siamo a cavallo tra il “math” e il “-core”. Pessimista, egocentrico, stridulo. Montagne umane, wild bunch. Un punto di non ritorno.
All Out War – For Those who Were Crucified (1998)

Ancora Earth Crisis, ancora referenzialità, ancora far parte di un movimento. Iniziai ad ascoltarli dopo che i Nashwuah, band milanese attiva nei primi anni 2000, iniziò a portare sui palchi la cover di Burning Season, vera e propria hit del disco. All’inizio le canzoni mi sembravano tutte uguali, ma dopo qualche tempo imparai a capirlo. Erano tutte uguali per davvero, ma qualcuna era più crossover di altre. Più trascinata, più thrash. Un disco che mi è rimasto nel cuore per merito delle persone che me lo hanno fatto conoscere, nulla di più semplice.
Grade – Under The Radar (1999)

I canadesi Grade sono sempre stati al limite. Anche della sopportabilità. Look da cowboy, capello sciolto ma mai metal, bandane, borchie, jeans attillati. Canzoni non sempre azzeccate in dischi che spesso stentavano a trovare una quadra. Ma quanta foga, quanto hype. Saltai il loro concerto al Bulk per motivi ignoti alla scena, assenza non giustificata. Questo disco di fine secolo è sicuramente il più completo della loro carriera: ce lo avevamo tutti, lo ascoltavamo senza tregua. Gli Stolen Bikes Ride Faster di Arezzo presero il nome da una canzone di questo lavoro, per farvi capire. E non suonavano affatto new school. Del concerto, mi venne raccontato di pochissimi stage diving, però.
Integrity – Those Who Fear Tomorrow (1991)

Suoni alla Earth Crisis prima degli Earth Crisis. Uscito per Relapse, etichetta che nasce metal ma da sempre dedita alla pubblicazione di dischi punk, a mio parere “Those Who Fear Tomorrow” è un album fondamentale per l’hardcore made in USA e per gli stessi Integrity. Li ha infatti aiutati a creare un pubblico più consapevole, più triste e più disilluso, che prese le distanze sin da subito dai fan delle altre bands della nuova leva. Nonostante la violenza e le fasi molto metallare, però, risulta essere un disco molto intimista, capace di scavare nelle nostre paure più moderne per riportarle, senza sosta, alla luce del sole.
Madball – Demonstrating My Style (1996)

Più che un album musicale, una dichiarazione d’intenti. Il cosiddetto “New York Hardcore” era cambiato, e il secondo disco dei Madball è qui a parlarci ancora adesso di quel periodo di transizione. A livello musicale, forse, il debutto con “Set it Off” fu più significativo, ma è ascoltando “DMS” che, secondo me, si riesce a capire meglio di cosa stiamo parlando. Va bene, rispettiamo e ringraziamo Side by Side, Cro-Mags, Gorilla Biscuits e Uppercut, ma ora vi dimostriamo che i concetti di Youth Crew e fratellanza siano decisamente superati. Sì, si parla ancora di “crew” ovviamente, siamo a New York e ci mancherebbe altro. Ma stavolta, questo concetto viene espresso con sigle di riconoscimento, infinite cene in famiglia, senso di appartenenza e competizione. Quanta negatività, in fin dei conti. Sembra un passo indietro rispetto agli anni ’80, ma non è così. Fondamentale.
Morning Again – Martyr (1997)

Un famoso scenester novarese mi prese sottobraccio e mi disse << Ascolta qui! >> .
Walkman, cuffie. Eravamo fuori dal bar, seduti su una panca di legno che aveva sempre stonato con il look urbano nel quale ci ritrovavamo per ubriacarci. Chitarre classiche e poi chugga-chugga. Antimilitarismo, voce dilaniante, riff. In copertina, un particolare del Cristo Morto del Carracci. Un particolare con il piede e dei chiodi. Cosa avessero in testa, quando hanno preso questa decisione, non è dato saperlo. L’EP in questione rimane fondamentale perchè venne pubblicato per la belga Good Life, che con prepotenza stava iniziando a prendersi la scena hardcore mondiale. Ancora oggi, lo considero il migliore di tutta la loro discografia, fatta di ritorni, formazioni improvvisate e dissidi perenni. Kevin Byers at his best.
Earth Crisis – Destroy The Machines (1995)

Metallaro, luddista, oscuro. Un disegno di una fonderia in copertina, gli operai chini sul lavoro, il logo della band in verde foresta. Il debutto dei paladini dell’intolleranza fine a sé stessa è sicuramente il disco più radicale di tutto il filone new school. Il controverso EP con Firestorm era già uscito, mentre il più strettamente hardcore “Breed the Killers”, che vide la luce qualche anno dopo, suona come una filastrocca, a confronto di pietre miliari come New Ethic, Born From Pain e The Discipline.
Converge – Petitioning The Empty Sky (1996)

Il secondo disco dei Converge inizia con il riff più conosciuto e ballato della storia del metalcore. Quello che in ogni playlist devi avere e quello che, se ti capita il reel su Instagram, riguardi sempre. The Saddest Day rappresenta il perfetto connubio tra vecchia e nuova scuola, tra metal e punk, tra emoviolence e hardcore. Il disco, nella sua completezza, ne è la naturale prosecuzione. Albatross, Dead e Color Me Blood red rappresentano il retroterra inattaccabile e sempiterno dal quale siamo cresciuti e che non scorderemo mai. Sono state canzoni di svolta, canzoni fondamentali nella loro distanza da tutto. Più della singola figura di Jacob Bannon e di ciò che possa rappresentare nella storia del punkrock.
Hatebreed – Satisfaction Is the Death of Desire (1997)

Bridgeport arrivò sul tetto del mondo in quell’anno, grazie all’uscita del primo disco della sua band più famosa. La Victory non si lasciò infatti sfuggire questo debutto, che contenendo brani come Not One Truth e Puritan, già registrati in precedenza, arrivò alla completezza adatta per i gusti di quell’epoca. La label di Chicago divenne oggetto di critiche da parte di chi la vedeva arricchirsi esponenzialmente con le tasche dei fan. In/Humanity e Good Clean Fun, su tutti, ne attaccarono la deriva capitalistica e il suo concedere spazio a gruppi che, più che dell’immaginario hardcore, trattavano tematiche non distanti dal gangsta rap ed intrise, quindi, di sessismo e machismo. Per tutta risposta, gli Hatebreed, con il disco successivo, “Perseverance”, passarono su major. “There is not one truth cast into stone. Only lies cast into flames.”
Unbroken – Life, Love, Regret (1994)

I Blacklisted ne hanno appena fatto delle magliette tributo. Indecision Records continua a ristamparlo, senza sosta, ogni due anni. Viene osannato anche da chi non ascolta hardcore, dai puristi del genere e dagli scettici, da quelli che non credevano nella nuova scuola. “Life, Love, Regret” nasce a San Diego, ma è in ogni disco punk degno di essere chiamato tale. Introspettivo, scalciante, intelligente, esplicativo. Sino a far passare in secondo piano la granitica sezione musicale, metallica e grattata. Anche un po’ screamo, se vogliamo, tanto che dalla formazione iniziale presero vita gli Swing Kids. Se pensiamo all’anno di uscita e guardiamo sotto ai nostri piedi, ci sentiamo sprofondare. “Life, Love, Regret” è l’unico ad essere, tra tutti quelli citati in questa classifica, molto più di un disco.
Sick of it All – Scratch The Surface (1995)

Uno dei dischi più importanti della mia vita. Bigiando un allenamento di tennis, lo trovai nella sezione dell’usato di un noto negozio di dischi della mia città. Luci pallide, puzza di polvere e giubbotti di pelle, un covo di metallari. La custodia era rovinata e il negoziante me la cambiò, mettendoci al suo posto quella di un altro disco usato dei Melvins. In quel periodo ascoltavo praticamente solo GBH e punk ’77, quindi l’approccio con quel modo di descrivere le stesse situazioni, ma con una musica totalmente diversa, mi colpì nell’intimo. “Scratch the Surface” non parla molto di New York, non è fondato su singalong (se si esclude l’interminabile “Fear has struck, fear is stuck, maladjusted”), è snobbato sia dai fan degli ultimi anni che da quelli degli esordi. Ma per chi pensava di essere ai margini, al di fuori delle dinamiche alternative musicali dell’epoca, era il disco perfetto.
Reprisal – Mailorder Knife Set (2002)

“The time has come to take back what belongs to us. So sit down and pray, cuz now you really gotta pay.” Un capolavoro. L’etichetta, ovviamente, è la belga Good Life Recordings, ma il disco più importante di sempre sul Vecchio Continente nasce in Riviera. “Mailorder Knife Set” è semplicemente perfetto. Tamarro, irrispettoso, cadenzato e nostalgico. È un prodotto pubblicitario diventato subito, appena uscito, il manifesto di una generazione, suonato senza errori e con una produzione, per l’epoca, stellare. Ci sono gli intro e gli intermezzi strumentali, ci sono i testi hardline e da vegan warrior, ci sono le minacce. Scontri, scontri scontri!
Snapcase – Designs For Automotion (2000)

I giri di chitarra. Quei giri di chitarra. I genovesi Kafka portavano in giro per l’Europa la cover di Caboose, risalente al disco precedente e più legato, forse, alle sonorità metallare in voga verso la fine degli anni ’90. Seguivo i Kafka, ma anche gli Snapcase. Nuovo millennio e nuovo modo di suonare per i cinque di Buffalo. Un suono pieno, dei testi inarrivabili, una comunione di emozioni e, soprattutto, una gratificazione perpetua da parte dei kids in quell’hardcore così forte e sonoro. Ambition Now è senz’altro la canzone più bella che abbiano mai scritto, cover o non cover. “No matter where your at now.”
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