Too Many People Support Us: i trenta dischi di hardcore melodico più importanti di sempre
Il risultato della commercializzazione del punk è stato il proliferare di band, ma soprattutto di termini, utilizzati per decodificare una tra le più importanti rivoluzioni musicali in ambito alternativo. Cerchiamo di fare ordine in quella che è stata una vera e propria rivoluzione di stile, attitudine e modo di veicolare la musica.

Skate punk. Punk rock melodico. Punk californiano. Hardcore melodico. Emo punk. Il risultato della commercializzazione del punk, avvenuta nel 1994, dopo il boom di Green Day e Offspring, è stato il proliferare di band, ma soprattutto di termini, utilizzati per decodificare una tra le più importanti rivoluzioni musicali in ambito alternativo. Questo movimento, che affonda le radici nell’hardcore californiano targato Bay Area e suonato da bands come Adolescents, RKL, Descendents e Agent Orange, è stato in grado di generare, in un lasso di tempo di dieci anni, un vero e proprio cambiamento di mentalità in ambito del punk. Fu una rivoluzione di stile, attitudini e modi di veicolare tale musica. Più attenta, se vogliamo, al look che alla ribellione, alla produzione rispetto ad un messaggio politico particolare, più legata ai contratti discografici che al mondo dell’autoproduzione. Fu una rivoluzione pop e disincantata, capace di fornire ad un pubblico più vasto di ragazzi e fans la possibilità di esprimersi. Il Vans Warped Tour fu un’idea sensazionale ed innovativa per l’epoca, nonché il cuore pulsante del movimento che diede, infatti, la possibilità a gruppi misconosciuti di viaggiare per il mondo.

Ebbi la fortuna di vivere in prima persona, sebbene in un diverso continente, questo cambiamento, che si propagò dalle spiagge californiane sino alle città europee. Erano gli anni ’90, gli anni in cui si andava ancora a scuola e l’hardcore melodico non andava di moda, anzi: venivi bullizzato dai metallari, discriminavi a tua volta i frikkettoni ma eri tenuto alla lontana anche dai punks, che ti consideravano troppo commerciale e poco impegnato rispetto agli standard dell’epoca.
Come vedremo, però, molte bands che andrò a citare partendo dall’album più significativo, lasciarono un’impronta indelebile anche sotto l’aspetto dell’attitudine, che si trasformò in un’eredità vitale per le generazioni future. Credo sia troppo riduttivo parlare solo di ragazzini ricchi vestiti Vans da capo a piedi che preferivano ubriacarsi e andare in skateboard anziché partecipare a presidi, occupazioni ed iniziative politiche, e questa lista di nomi, album e canzoni ci aiuterà a rivalutare questo periodo.
È la musica che mi ha accompagnato lungo tutta la mia adolescenza, ma è anche quella che ho abbandonato per prima, crescendo. È stato un processo automatico, che con gli anni, il dilatarsi del tempo e la quotidianità del cambiamento ha raggiunto un termine. Al tempo stesso, è una musica che mi ritrovo sempre, periodicamente, a riascoltare in blocco. Un periodo che può essere di due settimane o tre giorni, che può durare un solo fine settimana. Un frattale di emozioni ed esperienze passate che nulla potrà mai demolire.

Fat Wreck Chords, Epitaph, Kung Fu e Nitro sono solo una minima parte del sottobosco musicale che fiorì nella West Coast americana in quegli anni: furono dei veri e propri esperimenti di autoproduzione musicale e soprattutto di auto organizzazione per ciò che riguarda eventi e concerti. La gente aveva voglia di suonare e di viaggiare, sostanzialmente. Poco altro.
Una piccola premessa. In questa classifica, non ci saranno i vari Nofx, Rancid, Lifetime, Bad Religion, Offspring, Descendents e tutti quei gruppi che, durante quegli anni, rappresentavano, nella sua completezza, il punk rock americano. Personalmente, credo che includerli in una lista di album e gruppi più marcatamente melodici sminuisca la loro importanza a livello globale: il punk, all’epoca, nel mondo, era quello, punto e basta, e gruppi di questa caratura meriterebbero una classifica tutta per loro.
Il titolo dell’articolo è deliberatamente preso dal capolavoro musicale dei Sex Pistols intitolato EMI. Troppe persone ci hanno supportati, e proprio grazie a questo non cambieremo mai.
1. Lagwagon – Hoss (1995)

Uno dei dischi che tuttora riuscirei a cantare dall’inizio alla fine. I primi viaggi da solo, i primi veri amici, le prime delusioni. Esclusività a profusione. Inizia con il giro di basso di Kids don’t like to Share e arriva sino alla dura consapevolezza di Shave your Head. Un manifesto politico al dolore, alla voglia di evasione, alla consapevolezza che la nostra generazione non sarà mai adatta a vivere su questo pianeta. Un disco intriso di pessimismo kierkegaardiano spiegato a colpi di stop’n’go. Non a caso, la scelta del titolo è dedicata ad un personaggio di una serie TV americana famosissima, “Bonanza”, che negli anni ’60, quelli del boom economico, teneva incollate intere generazioni allo schermo, partecipando alle vicende di un idealizzato ranch nel selvaggio west. Epopea di una catastrofe.
2. Pennywise – Unknown Road (1993)

Il disco più dark dei Pennywise da Hermosa Beach è anche quello che contiene il pezzo più significativo di tutta la loro carriera. Homesick è un’ode alle strade dove gli skater cercavano spazi di aggregazione, un inno al mantenere salde le proprie radici, una disperata richiesta d’aiuto perché il mondo sta cambiando. Cantato interamente da Jason Thirsk, è un album sofferente, lo-fi ed oscuro. Premonitore, forse, per tematiche e accanimento, della tragedia che si sarebbe consumata di lì a qualche anno. Rimane ancora oggi testimone di una generazione disperata e violenta, come si può evincere dalla rabbia sprigionata dal disco successivo, “About Time”, capace di convogliare il pragmatismo di brani come l’incredibile Nothing in una realtà più accettabile. Hope, for my new promise today. Still I got this strange feeling that time is slowly slipping away.
3. Propaghandi – Less Talk, More Rock (1996)

Puzza di stufa a legna sui vestiti, i sabati sera passati nei centri sociali mentre fuori la gente profumava di compere, di soldi, di cioccolata calda, di abbracci. Tornare a casa la domenica mattina in bicicletta andando così veloce che le mani non facevano in tempo a congelarsi. Per i viali deserti, incontrare solamente chi smontava dal turno, qualche ubriaco triste. Nel walkman, solo le prime due canzoni di questo disco. Il giro di basso di Apparently, I’m a “P.C. Fascist” (Because I Care About Both Human And Non-Human Animals) che finisce con “Consider someone else” mentre “Stop consuming animals” fa parte già di Nailing Descartes To The Wall/(Liquid) Meat Is Still Murder. Potevamo crescere insieme rendendo migliore questo mondo di merda e invece no, l’abbiamo solo peggiorato. Grazie tante.
4. Good Riddance – Ballads from the Revolution (1998)

Se mi concentro, ma nemmeno tanto, riesco ancora a sentire il profumo del booklet, degli adesivi e dei volantini della Peta che avevo trovato dentro al packaging del disco. In copertina, un soldato americano che manda un segno di pace. Si scatenò il dibattito su cosa stesse tenendo in mano uno di loro quattro nella foto all’interno del booklet, forse uno sterco. L’album che mi spinse a diventare vegetariano (meat is murder viene urlato senza mezzi termini) va velocissimo, ed ha la sezione di batteria più violenta che possiamo trovare in un disco di hardcore melodico. Salt. Ogni canzone è il preludio della successiva, ogni brano diventa un inno, persino d’amore, grazie alla purtroppo coverizzatissima Jeannie. Cover dei Kiss e finale con i Manowar. Come si fa ad immaginare un mondo migliore?
5. Ten Foot Pole – Unleashed (1997)

Scott ha già scelto la carriera da giocatore di baseball e dopo il devastante chugga chugga del precedente “Rev”, i ragazzi di Simi Valley decidono di schiarire idee e suoni. È il disco su Epitaph più hardcore melodico di sempre, più dichiaratamente skate: a prima vista scanzonato, ci parla invece di violenze, discriminazioni, depressione, suicidi. Indossare Vans consumate e pantaloni bracaloni non significa essere per forza dei perditempo, e “Unleashed” ce lo dimostra pesantemente. I suoi ritornelli sono indimenticabili e la voce nasale di Dennis ci getta come per magia in una comfort zone dalla quale è difficile uscire. Hey Pete è la classica ballata di un disco dei Ten Foot Pole. John è disarmante. It’s not me è fortemente normale. Un album imprescindibile.
6. No use for a Name – ¡Leche Con Carne! (1995)

Cerchiamo di non commuoverci. Il disco più veloce, nel suo complesso, della band che è stata capace più di tutte le altre a creare un vero e proprio “contesto” , precede il capolavoro mediatico chiamato “Making Friends” ed arriva alla fine del periodo tupa-tupa dei No Use for a Name. Cover di Bob Marley a metà strada, violenza, paure e una sostanziale presa di coscienza di non farcela. A livello fisico, mentale, ad andare avanti. “¡Leche Con Carne!” è un disco fatto da ragazzi per i ragazzi. Che contiene la canzone più bella che i No Use abbiano mai scritto: Wood. I don’t expect you to understand. I never thought you could. With a heart of stone and a brain made out of wood.
7. No Fun At All – Out of Bounds (1995)

Triste e confortante allo stesso tempo, il secondo disco della band di Skinnskatteberg è la naturale prosecuzione sonora del suo debutto, intitolato “No Straight Angles”. I brani sono meno veloci ma dichiaratamente più sonori e circolari, le canzoni orecchiabili si moltiplicano a vista d’occhio e così la Burning Heart acquista fama tralasciando, seppur momentaneamente, le avventure dei Millencolin. Le altalene musicali ti rimangono in testa, non c’è soluzione. In a Rhyme, Talking to remind me, Stranded e la fenomenale Master Celebrator sembrano arrivare da un’altra epoca. Rimasi sbalordito, da quei suoni perennemente velati da un’aura di risolutiva tristezza.
8. Guttermouth – Musical Monkey (1997)

I Guttermouth sono sempre stati i più punk di tutti, nella definizione più sincera e sentita. Negli atteggiamenti, nello scrivere canzoni. Hanno sempre fluttuato tra skate e rock’n’roll, tra hardcore e ballate. Avevo una loro felpa. Davanti la scritta “Guttermouth – Huntington Beach, CA” e sul retro una definizione del termine “punk rock” riportata come se fosse stata presa da un vocabolario. “Musical Monkey” è sfacciato, arrogante, volgare. Si scaglia contro gli hippies e la cosa ci piace, sponsorizza gli abusi e la cosa ci attrae. Di anarchico però c’è ben poco, se escludiamo lo scanzonato utopismo di Perfect World. Musicalmente, infine, possiamo parlare di un disco forte e ben registrato: Mark Adkins è persino fin troppo poco autocelebrativo, nei pezzi che scrive. Grande foga per loro.
9. Pulley – Pulley (1999)

Senza inutile sofferenza. Senza rancore. L’album omonimo dei Pulley arriva dopo due dischi che avevano scritto la storia del punk californiano, ma credo che questo “Pulley” abbia qualcosa in più da dire. Abbandonate le atmosfere dark e angoscianti dei primi due, Radinsky e soci si gettano a capofitto in un album bicorde ed esplosivo, scrivendo hit a capofitto e comunicando, oltre alla solita, primordiale angoscia adolescenziale, anche un sentimento coerente di mancanza di opportunità, fatiche umane, situazioni di inferiorità. Raccontando di sobborghi (Working class whore ), storie finite male (Over It) e delusioni esistenziali (Gone), il risultato che ne esce è semplicemente perfetto, nonostante l’orrenda copertina.
10. Vandals – Live fast, Diahrrea (1995)

La Nitro Records fu creata da Dexter Holland per dare voce a tutti quei gruppi che, negli anni, accompagnarono i suoi Offspring lungo la via del successo. Band locali, gruppi di amici, gente come lui, alla fine. I Vandals sono sempre stati i più famosi, tra di loro. Irriverenti, violenti, scanzonati, sporchi. “Live fast, Diahrrea” ha immediatamente un successo esaltante. Nonostante sia un disco punk fatto e finito, infatti, ha la capacità di divertire, di farti pensare “vabeh, cosa gli vuoi dire a questi?”. Ogni canzone è una hit, dalla prima, direttissima Let the Bad Times Roll a Ape Shall Never Kill Ape passando per …and now we dance. Sì, hanno suonato per le truppe USA in Iraq. Ma cosa gli vuoi dire a questi?
11. Strung Out – The Element of Sonic Defiance (2000)

No, non ho scelto uno tra i loro album più conosciuti. Quelli più punk, più veloci, più sereni. Questo EP che poi non è tanto un EP, avendo ben otto canzoni al suo interno, rappresenta la fine di tutto ciò che abbiamo sempre saputo sugli Strung Out da Simi Valley. Il sofisticato hardcore melodico lascia spazio ad un emo-metal veloce, suonato alla perfezione nei minimi dettagli, come se fosse un esperimento verso nuove sonorità. Non ebbe la fortuna che travolse “Twisted by Design”, ovviamente, ma rappresenta uno step importantissimo per tutta la scena hardcore melodico californiana. Forse il disco più oscuro di sempre pubblicato dalla Fat Wreck e da Ryan Greene. Un disco che pone fine definitivamente ai nineties.
12. Snfu – Fyulaba (1996)

Dopo una storica militanza punk e hardcore, questi canadesi vennero risucchiati, forse a causa (o per merito) della firma per Epitaph, nel vortice dell’hardcore melodico grazie a questo album tetro e grottesco, che conobbi quasi per caso. Ammetto, è stato un mio errore non averli esplorati prima, ma credo di aver recuperato alla grande il tempo perso, ascoltando allo sfinimento anche gli alti lavori. Psichedelia, velocità, rabbia. E la travolgente personalità di Mr. Chi Pig, uno dei più grandi frontman punk di tutti i tempi.
13. Tilt – Til It Kills (1995)

Dopo gli esordi sulla Lookout! dei Green Day, la band di Cinder Block si accasò alla Fat Wreck, scrivendo un disco fantastico, fatto di corroborante punk rock e rabbia. Che ci parla di Berkeley, delle sue rivolte, dei suoi bar e delle sue storie d’amore, che si intrecciano per poi arrivare ad una fine condivisa. Berkeley Pier compare in “Glory Daze”, un cult movie tardo-adolescenziale uscito proprio in quegli anni che ha come colonna sonora brani scritti da gruppi punk e alternativi della zona. È una canzone abbandonica, ricca di malinconia, che appartiene a tutti noi nonostante abbia una precisa collocazione geografica. Whatever happened to our walks on the pier? I cry myself alone all the way down to the end I drink my bottle dry and I heave it across the bay to the city smashing outside your door.
14. Useless ID / Ataris – Let it Burn (2000)

Esce su uno split la canzone più bella che abbiano mai scritto gli Ataris, gruppo che rappresentò per anni il limite tra il punk rock melodico e l’emocore frangettato da classifica. Si intitola Let it Burn e dà il titolo allo split stesso, uscito per Kung Fu agli albori del nuovo secolo e condiviso con gli israeliani Useless ID. Non è una scanzonata dedica amorosa, né un mieloso racconto di come si stava meglio quando non si avevano preoccupazioni. Let it Burn parla di società e di lotta. E va velocissima. Forse troppo per i fans della band di Kris Roe. Nel disco, oltre alla novità rappresentata dagli Useless ID, troviamo forse i brani più particolari di tutta la carriera degli Ataris. Un vero gioiellino.
15. Millencolin — Life on a Plate (1995)

Il mio sentimento verso i Millencolin di Örebro è sempre stato confuso. Non sono mai stati una band che ho seguito con bramosia, ma allo stesso tempo ho sempre voluto ascoltarli, nel bene o nel male. E vederli dal vivo. I pezzi ska core che costellavano i loro album li ho odiati con tutto me stesso, ma devo ammettere che Killecrush è stata una mia passione per almeno un paio d’anni. Ruggine, parole sconnesse, volumi rivedibili ma ritornello irresistibile. Il classico disco da avere, pronto per ogni evenienza.
16. Satanic Surfers – Heroes of Our Time (1995)

He flies by outside my window, there are not many of his kind… he flies by outside my window, he’s the hero of our time. Per me i Satanic Surfers sono solo questo, nulla più. Un ritornello, per carità, orecchiabile, ma senza nulla intorno. Non mi hanno mai trasmesso passione, non ci posso fare niente. Cito questo disco perché ha fatto letteralmente la storia dell’hardcore melodico europeo, arrivando a surclassare i rivali californiani. E allora tanto vale ascoltiate i Kontrovers, l’altro gruppo di Rodrigo.
17. Bracket – E is for everything on Fat Wreck Chords (1996)

Avevo letto in un’intervista ai Nofx che i Bracket fossero gli unici, del loro giro, che non riuscissero a campare della propria musica. Fat Mike ci rideva sopra, dicendo che sì, avevano avuto comunque le loro chances. Provai immediatamente empatia per la band e scelsi di comprare subito, da qualche catalogo, questa raccolta, che mi arrivò tre mesi dopo al negozio di dischi di fiducia. Il ragazzo che lo gestiva non voleva credere alle sue orecchie quando gli raccontai il motivo di quella mia richiesta così bizzarra, di un gruppo così sconosciuto. Punkettino e nulla più.
18. Blink 182 – Cheshire Cat (1995)

Possiamo comodamente affermare che la vena commerciale pop punk parta da qui. Uscito nel 1995, questo disco suona grezzo e, a prima vista, poco strutturato, ma la sua forza pop è incredibile. Le stonature sono funzionali, la scarna predisposizione alla sonorità produce un effetto confortante, la durata dei pezzi non mette a disagio. La formula vincente risiede in questi aspetti. L’etichetta che lo produsse, la Cargo, lavorava all’epoca con gruppi del calibro di 7 Seconds e Drive Like Jehu. Real recognizes real.
19. Hi-Standard – Angry Fist (1997)

Inizio Oi!, tanta ignoranza, assoli che lasciamo perdere e cori tipici da cartone animato. I giapponesi Hi-Standard fecero breccia, quando uscirono, nel cuore di tutti, scrivendo un disco molto punk, abbastanza duro e suonato con un piglio marcatamente autoironico. Fece bene la Fat Wreck ad investire sulla loro voglia di mettersi in mostra al “solito” pubblico. Fight, fight, fight!
20. 88 Fingers Louie – Behind Bars (1995)

Uscito per la punkissima Hopeless, è il primo album di questa band che, tra le poche in ambito melodico, rappresentava il Midwest. Molto veloce e molto vecchia scuola, gli 88 Fingers Louie splittarono con gli storici Kid Dynamite quattro anni dopo, a dimostrazione del loro porsi al limite tra il punk e il –core. Andai a comprare questo disco appena dopo aver fatto una visita oculistica per il calcio, e a causa delle gocce per dilatare la pupilla che mi diedero non riuscivo a vedere bene i particolari degli oggetti. Mi accorsi solo una volta a casa, quindi, dopo un po’ di ore, della sfacciataggine della copertina di questo disco made in Chicago.
21. Randy – There’s No Way We’re Gonna Fit In (1994)

In una Svezia dominata dai successi calcistici mondiali e dalla Burning Heart, la misconosciuta Dolores Recordings diventa colpevole di aver pubblicato uno dei migliori album punk rock su scala europea di sempre. Politica, società, spiccata ironia la fanno da padrone, in quella che può essere considerata la risposta ai Propaghandi da parte del Vecchio Continente. “There’s No Way We’re Gonna Fit In” è un disco pieno di riff, di stop’n’go, di ritornelli granitici. The Itch You can not Scratch, 12 Cans e Take ‘Em Where You Can Get ‘Em sono canzoni imprescindibili, nonostante con gli anni i Randy abbiano nettamente svoltato verso un più scontato street punk da taverna.
22. Beer Bong – Fast and Confortable (2000)

All’epoca in Italia esistevano solo tre batteristi in grado di suonare un intero disco di hardcore melodico: Carlame degli Skruigners, Paolino dei Minnie’s ed infine quello dei Beer Bong. “Fast And Comfortable” è il disco italiano che più si avvicina alla verve californiana di quei tempi, se non altro perché per fortuna in pochi si cimentavano nel genere. Abbiamo già parlato della volgarità con cui veniva copiata Jeannie dei Good Riddance e per fortuna i quattro goriziani non hanno nemmeno perso tempo a farlo, dedicandosi sin da subito alla velocità e allo skateboard. Il nome della band dice tutto: cosa volevano fare e dove volevano arrivare. Il risultato è un disco fondamentale per la scena punk italiana di sempre, a mio avviso.
23. New Found Glory – Stick and Stones (2002)

I New Found Glory sono da sempre stati un grande gruppo ed è stata colpa mia, e dei miei pregiudizi, se non li ho ascoltati sin da subito, sin dagli albori. Il loro look, più simile a un gruppo poser nu-metal o a una band emo frangettata che ad un gruppo punk californiano, me li ha sempre fatti evitare. “Stick and Stones” rappresenta l’apice della loro carriera: è un disco perfetto, completo, che parla di tutto ciò di cui volevamo sentir parlare. La Drive – Thru, label emo-sciacquetta per antonomasia, si trova a fare i conti con straight edge, diritti animali, lotta di classe. C’è anche la hit My Friends over you, è vero, ma l’avete mai letto il suo testo? Fa venire i brividi. In chiusura, tanto per farvi capire di cosa stiamo parlando, questi ragazzi dalla Florida sono arrivati, nel 2008, a pubblicare un EP per Bridge Nine, intitolato “Tip of the Iceberg”, all’interno del quale troviamo cover di Shelter, Lifetime e Gorilla Biscuits. Sono proprio uno scemo.
24. Undeclinable Ambuscade – One for the Money (1998)

Ci fu un’estate in cui gli olandesi Undeclinable Ambuscade, su Epitaph, suonarono nella mia città. Prima di chiamarsi solo Undeclinable, prima che la foga per il punk rock melodico e i riff da skateboard andasse completamente scemando. Trapped però risulta ancora, ai giorni nostri, una canzone fondamentale, che tratta di argomenti che poche band del genere hanno voluto affrontare negli anni.
25. Snuff – Snuff Said (1989)

Il disco è del 1989, ma da un’intervista a Fat Mike lessi che la Fat Wreck fosse orgogliosa di avere nel suo rooster una band inglese, il Paese dove il punk era nato. Li trovai abbastanza noiosi e senza capacità di incidere. Anche facendosi aiutare dalle trombe, anche prendendo coscienza del fatto che suonassero un genere che in madrepatria non avrebbe attecchito come altrove. In alcuni casi, ascoltando le compilation dell’etichetta, mi ritrovai a skippare i loro brani.
26. Face to Face – Face to Face (1996)

Pubblicato da una sottoetichetta della Geffen, il terzo lavoro in ordine cronologico dei Face to Face rappresenta, nella sua integrità, il sound di questa band tra le più intelligenti del giro. Forse proprio a causa della loro creanza e del loro stile unico vennero snobbati a favore di altri meno meritevoli, ma per rendersi conto dei suoni che venivano proposti da questa scena, vale la pena ascoltare attentamente almeno questo disco.
27. Burning Heads – Be One with the Flames (1998)

“Be One with the Flames” fu uno dei primissimi album europei ad uscire per la Epitaph, nonostante suonasse lontano anni luce dagli standard punkrock e glam dell’etichetta di Gurewitz. I quattro di Orléans suonavano metallici e veloci come i Pennywise dell’epoca e la fiducia dell’etichetta americana venne ripagata in pieno, facendo sempre bella figura nei festival più frequentati ed acclamati.
28. Murder, We Wrote – Murder, We Wrote (2000)

Il disco più ascoltabile dell’intera produzione Youth Crew brianzola è un disco di punk rock melodico: questo per farvi capire la caratura del messaggio che veniva lanciato dagli hardcore warriors in quegli anni. Questo concept album su Jessica Fletcher è praticamente irresistibile, e ricordo che quando uscì creò un vero e proprio scompiglio. Sia nelle file di chi seguiva sia la scena più “true” che tra quelle dei punk kids del Nord Italia. Side project dei Mach 5.
29. Bigwig – Stay Asleep (1999)

Se il New Jersey avesse avuto degli spazi autogestiti come in Europa, i Bigwig sarebbero stati sicuramente in prima linea tra gli occupanti. Su Kung Fu, ecco la simbiosi perfetta tra melodica, attitudine alternativa, impegno politico, ambientalismo radicale e simpatia. Uno degli album più importanti di tutta la East Coast nuova scuola.
30. Belvedere – Because No One Stopped Us (1998)

Il debut album di questi commercialissimi canadesi rappresenta il confine, la scissione tra chi si stava spostando verso ascolti più marcatamente commerciali e chi, invece, faceva fatica ad abbandonare lo skate e i pantaloni corti bracaloni. A livello stilistico, i Belvedere non hanno nulla a che fare con gli albori dell’hardcore melodico californiano, ma credo che dalla pubblicazione di questo album in poi cambi radicalmente l’ottica musicale di una generazione.
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