The Wytches – Our Guest Can’t Be Named

Recensione del disco “Our Guest Can’t Be Named” (Alcopop! Records, 2023) dei The Wytches. A cura di Davide Bonfanti.

Si intitola “Our Guest Can’t Be Named”, il nuovo album dei The Wytches. Un titolo che mi ha incuriosito fin dal primo istante: mi sono ritrovato a immaginare una cena di gala, una di quelle che avvengono nella sfarzose sale da pranzo di palazzi settecenteschi, con il tavolo adatto ad ospitare decine di persone e il candelabro di cristallo appeso proprio al centro. A capotavola, un individuo enigmatico, indecifrabile, dal nome conosciuto e che tuttavia nessuno osa proferire, perno dello sguardo e delle attenzioni di tutti i commensali: apparentemente indistinguibile dal resto dei presenti, c’è però in lui una vibrazione, un’aura che si spande tutt’attorno e che lo fa chiaramente spiccare, una distonia che lascia soltanto la possibilità di immaginare cosa possa celarsi di così oscuro e ammaliante oltre il velo del suo abito elegante.

Questo era ciò che mi aspettavo dal quarto album del quartetto psichedelico britannico. Un disco che, a somiglianza di quanto avvenuto coi precedenti, rifiutasse facili inquadramenti, e bastasse con la sua sola presenza a destabilizzare equilibri, esercitando al contempo il magnetico fascino che solo ciò che è prepotentemente elusivo può avere. Poi però sono andato a sentire effettivamente l’album, e la mia immagine mentale si è dovuta pian piano riplasmare. Ho realizzato che ci possono essere due ragioni per le quali può essere difficile identificare qualcosa: la prima, come già riportato sopra, è dovuta all’imperscrutabilità, all’impossibilità di definire qualcosa; la seconda è determinata invece dall’assenza di caratteristiche distintive, di tratti che definiscano una chiara identità, lasciando l’oggetto da nominare in un limbo di sostanziale indefinitezza. Il misterioso magnetismo veniva pian piano rimpiazzato dal grigiore dell’indifferenza.

In “Our Guest Can’t Be Named” i The Wytches perdono molti dei tratti distintivi del loro sound. Un contrappasso ironico, per un disco che, nelle parole del frontman Kristian Bell, affronta spesso nei suoi brani il tema della perdita dell’identità. Uno smarrimento esistenziale che sembra coinvolgere in prima persona la band stessa, e che invece che spingere i quattro brightoniani ad estremizzare la loro ricerca sonora, li porta a chiudersi a riccio, con l’esito di un disco distante anni luce dalle sonorità anche solo del precedente “Three Mile Ditch”. Tutti gli spigoli, le brusche sterzate, gli avvallamenti e le improvvise impennate che avevano fino ad oggi costituito caratteristiche essenziali del loro sound le ritroviamo qui smussate, levigate come a volerne ridurre le asperità, come se in questo modo potesse essere più agevole camuffarle sotto un tappeto, o in un angolo della stanza; solo l’apertura affidata a Zep Step e Maria ci riporta al disagevole fascino dei dischi passati. Per il resto, il quartetto si lascia alle spalle quella miscela di distorsioni psichiche e tirate chitarristiche. A volte questo produce risultati inaspettati ma a loro modo intriganti (Unsure e il suo andare a ripescare l’emo 90s dei Sunny Day Real Estate), ma più spesso si traduce soltanto in un annacquamento delle loro sonorità, senza una vera direzione alternativa in vista: l’arrabbiatura delle chitarre di Something To Fall Back On e della successiva title track da sola non basta a ridare forma ai conturbanti incubi a cui i nostri ci avevano abituato.

Una riflessione sul perdere di vista chi si è veramente ha paradossalmente portato i The Wytches a perdere la propria. Forse ascoltando e riascoltando il loro ultimo album riusciranno a dare un nome all’ospite misterioso, e chissà che apprenderne il nome non li porti a ricordarsi anche della propria identità.

Post Simili