Disquieted By – Pet of the Week

Recensione del disco “Pet of The Week” (To Lose La Track / Sonatine, 2024) dei Disquieted By. A cura di Andrea Vecchio.

“Pet of the Week” non è nient’altro che il secondo disco dei Disquieted By. Esce moltissimo tempo dopo il loro primo lavoro full lenght, “Lords of Tagadà”. “Lords of Tagadà”, quando vide la luce, diede sin da subito un’atomica pettinata a tutti i gruppi punk / indie / alternativi e affini che calcarono le scene italiane dei primi duemila, rimettendoli al loro posto.

“Pet of the Week” non è nient’altro che il secondo disco dei Disquieted By, e si vede che c’era bisogno di un’altra bella pettinata. Giusto per ristabilire le distanze, giusto per oliare le valvole e sparire per un’altra decina di anni. Mettetelo in conto perché sarà così. Nel frattempo, però, To Lose la Track e Sonatine buttano fuori un macigno in formato vinile, una via d’uscita nei confronti della banalità della musica italiana alternativa del momento.

“Pet of the Week” non è nient’altro che il secondo disco dei Disquieted By, e a differenza del primo è meno stradaiolo e adatto alla birra e alle risse. Questo tratto lo si intuisce già dai due singoli di lancio del lavoro, Holymates e Pinkie, che ricalcano, velocizzando, ciò che in questi anni di assenza i musicisti dei Disquieted By hanno ascoltato e soprattutto suonato, come nei Bennett, dove militavano due di loro. Chugga-chugga, riff, volumi altissimi. Rifiutando categoricamente di venire amalgamati nell’immenso calderone del cosiddetto “-post”, i nostri sfornano brani altamente rock’n’roll, come Raviolony (per me la vera hit del disco) e F.R.I.E.N.D.S. @ CPA, scritta in omaggio alla cricca che frequenta lo storico spazio occupato di Firenze. Che dire poi di Leprechaun e Sugar, in chiusura, che ci risintonizzano su quella tanta agognata carica agonistica alla Queens of the Stone Age di cui avevamo bisogno?

“Pet of the Week” non è nient’altro che il secondo disco dei Disquieted By, però stiamo calmi. È un disco che ci risparmia la solitudine acutizzando le nostre angosce, stabilendo il netto confine tra musica alternativa e musica “nostra”. Anche se i Drug Church hanno creato un genere che noi in Italia possiamo solo sognarci. Anche se passerà una vita prima di un loro terzo disco. Anche se il ritornello di Holymates non riesce proprio, ad andarsene via dalla testa.

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