Deeper – Careful!

Recensione del disco “Careful!” (Sub Pop, 2023) dei Deeper. A cura di Federica Finocchi.

Chicago è una realtà da cui da sempre escono fuori diverse cose interessanti, strambe, originali. Dal blues al jazz, dal pop alla musica classica, è simbolo di un mondo in cui arte e musica non cessano mai di muoversi e di rinnovarsi, anche laddove apparentemente sembri tutto uguale. Nel caso dei Deeper, giovane e fresco quartetto che nasce proprio in quel dell’Illinois, c’era da aspettarsi un grande cambiamento dovuto ad un radicale passaggio d’etichetta.

Debuttano nel 2018 con l’album omonimo al nome della band e continuano nell’anno più nefasto degli ultimi tempi, ossia il 2020, anno in cui esce il secondo lavoro “Auto-Pain che inizia a farsi strada in sonorità a cavallo tra indie e post-punk revival, mantenendo un’eleganza di fondo che gli consente di non rimanere inosservato e anzi, di ricevere apprezzamenti e lodi, nonostante ci sia comunque più di qualcosa di citofonato. L’etichetta d’origine dei primi due dischi è la Fire Talk. Nel 2023 firmano per l’imponente Sub Pop e da qui la svolta, in termini di successo, di fama e di aspettative.

Di certo non siamo di fronte al capolavoro, né di fronte ad un album perfetto, impeccabile, originale come pochi. Ma quello che ci si aspettava da questa band è stato decisamente raggiunto, ovvero il così detto “disco della maturità”, concepito nei 3 anni seguiti alla pandemia che hanno permesso ai 4 membri di tornare a viaggiare, a suonare, a sperimentare, a guardarsi in giro e prendere spunto, facendo un grande salto di qualità firmando appunto per la Sub Pop e affidandosi a sonorità più mature, a tratti più ricercate e audaci, non sapendo cosa ne sarebbe esattamente uscito fuori. Il risultato è un disco di ben 13 brani, della durata totale di 39 minuti. Va da sé che se non mantieni l’attenzione ben alta per tutto il tempo, il rischio di perdizione può essere ben più alto di quello che credi. Così come rischi di lasciar indietro ricerca e audacia, a cui forse non sempre riesci a tener testa. Ne deriva un album a intermittenza, in cui tracce che spiccano e che si lasciano riascoltare molto volentieri, si alternano a brani meno di spessore e più derivativi, in cui premere la freccia a destra per ascoltare cosa vi è dopo può avere la meglio.

Dopo l’apertura affidata al singolo Build a Bridge, in cui i Deeper dimostrano ancora una volta di saperci fare con gli accattivanti riff di chitarra, l’album vanta di brevi intermezzi che sospendono il tempo e lo spazio, come per la traccia Heart Lamp che è il secondo brano del disco e il cui finale segna l’inizio della successiva Glare, uno dei pezzi più coinvolgenti di “Careful!“. Continuano a succedersi attimi più synth, come nel brano Tele, e attimi più canonici come in Bite. E da qui c’è l’ulteriore rapido stacco dal sapore ambient che prende il curioso nome di Pilsen 4th, che apre la seconda parte dell’album. Una seconda parte in cui l’attenzione entra a fasi alterne, come già accennato. Scende per qualche istante, per poi risalire con la traccia Everynight che sfocia quasi in un delirio a metà tra noise e psichedelia, risultando una delle vette dell’album. Sulla medesima linea di originalità si colloca la successiva Airplane Air, minimale e vibrante, la cui linea di basso diventa una vera e propria persecuzione ossessiva nei punti più profondi della mente. La tensione cresce con una sperimentalissima devil-loc, e penso a quanto sarebbe stato molto più figo questo disco se gli si fossero dedicati più momenti di questo tipo.

E infatti, si torna alle origini con gli ultimi due brani che ricordano molto i primi tempi degli Strokes, soprattutto l’ultimo che sembra proprio un brano mancato di “Is This It” (primo album degli Strokes), e per un istante sento il bisogno di tornare indietro a devil-loc. Nic Gohl, voce dei Deeper, ha uno stile non definibile e non identificato, che ha un che di Brandon Flowers dei Killers, Julian Casablancas dei già citati Strokes, Ian McCulloch degli Echo & the Bunnymen…insomma, una voce di certo camaleontica, bella, atmosferica, che a volte però sembra peccare di unicità.

Per concludere, “Careful!” è un disco riuscito, nel complesso. Un po’ troppo lungo, forse, ma che porta a casa i propri frutti. Se avesse osato di più avrebbe avuto più personalità e, di conseguenza, la soglia di attenzione all’ascolto sarebbe rimasta costantemente vigile, all’erta. A me piacciono decisamente di più i Deeper che escono dagli schemi, o che almeno ci provano. E qui ci hanno provato, ma non abbastanza, non come avrei voluto.

Che il quarto disco sia quello dello step definitivo? E chi lo sa. Per il momento, va bene anche così.

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