Cursive – Devourer
Recensione del disco “Devourer” (Run For Cover, 2024) dei Cursive. A cura di Nicola Stufano.
I Cursive da Omaha, nello stepposo Nebraska, si avvicinano ai 30 anni di carriera pubblicando il loro decimo disco, dopo 5 anni di silenzio. La loro storia ha avuto un apice nella prima parte degli anni zero, con una trilogia di dischi in particolare: “Domestica” (2000) arriva dopo che il gruppo si era sciolto e poi ricomposto, tutto a causa del matrimonio poi fallito del frontman Tim Kasher, del quale questo sofferto disco tendente al post-hardcore ne è l’eredità artistica. Seguiranno “The Ugly Organ” (2003), forse il più riconosciuto in tutta la discografia, e l’ambizioso “Happy Hollow” (2006), con la sua vena arty e la commistione continua di generi portata all’inverosimile, in un’epoca dove osare in tal senso era ancora intenzione di pochi.
I Cursive sono invecchiati, hanno perso i capelli o si sono ritrovati canuti, ma non hanno decisamente perso la voglia di suonare e raccontare. Tant’è che “Devourer” arriva a così lunga distanza da “Get Fixed” non certo per carenza creativa, quanto piuttosto per la volontà di evitare di realizzare un disco segnato dal malumore pandemico. Kasher è arrivato così a scrivere la bellezza di 69 candidati, passando per la realizzazione del suo terzo disco solista nel 2022, e lasciando che la band scremasse fino a un totale di 13 tracce. Così, giusto per spiegarvi come mai 53 minuti di musica, in fondo, non sono così tanti.
La volontà dei Cursive è stata sempre quella di raccontare, non necessariamente attraverso un concept in senso stretto, quanto, in questo caso, con un tema di fondo che attraversa un po’ tutte le canzoni. E per “Devourer” questo tema è l’imperialismo, preso in un senso più sfacettato, che può essere inteso nelle forme più concrete come in The Avalanche of Our Demise, o in forme più sottili o personali, che si avvicinano all’egoismo, un trait d’union di diversi protagonisti delle storie raccontate in “Devourer”.
A livello musicale, i Cursive non hanno perso quasi nulla delle energie e della freschezza di vent’anni fa, e anzi, forse hanno riacquistato qualcosa rispetto alle ultime uscite, avvicinandosi alla versatilità di “Happy Hollow”. Difatti il disco inizia con la taglientissima Botch Job, vicina alla parte più hardcore del loro sound, e prosegue con Up and Away che sembra invece uscita dalla penna di un Black Francis ai tempi di “Surfer Rosa”. La band riesce in ogni caso a valorizzare la creatività sonora e vocale di Kasher con una rock band che riesce sempre a stargli dietro e la sezione melodica, composta dal tastierista/fiato Patrick Newbery ed il violoncello di Megan Siebe che aggiunge le sfumature che rendono il sound di questa band da 6 elementi (sette in realtà, contando che alla batteria si sono alternati il titolare Clint Schnase e Pat Oakes) particolarmente piacevole e riconoscibile, ad esempio nelle sfumature e nei cambi di ritmo di Rookie o What the Fuck, nel crescendo di Dark Star o nell’intrigante finale di The Loss, una maniera più originale del solito di richiamare la madre di tutti i finali su LP (ossia A Day in The Life, ma senza il vibrante accordo di piano finale).
Musica per la voglia di far musica: i Cursive non hanno mai sfondato, ma non per questo si sono abbattuti o hanno ridotto la qualità e la quantità della loro produzione degli anni. In quest’ultimo episodio si sono giusto concessi di ritornare a una etichetta esterna, la Run For Cover, dopo anni di sostanziale autoproduzione. E a giudicare da “Devourer“, questo passo indietro ha fatto anche molto bene.




