David Eugene Edwards – Hyacinth
Recensione del disco “Hyacinth” (Sargent House, 2023) di David Eugene Edwards. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Apollo tramuta il suo amato Giacinto in un fiore il cui colore è quello del sangue che il dio greco ha versato, per volere e capriccio di un altro dio geloso o del destino. Dalla morte nasce qualcosa di bello, com’era già la vita prima del suo ineluttabile arrivo. Ma ciò che era prima non potrà essere in seguito, il Mito parla più chiaro di quanto si immagini. Lo abbiamo sperimentato noi stessi di fronte alla pandemia che ha afflitto le vite di chiunque, in un modo o nell’altro, spesso trasformandole inevitabilmente.
Com’è stato per noi, anche per David Eugene Edwards quel momento è stato pietra miliare nella propria esistenza, a segnare un percorso che lo ha portato, anche con la “fine” dell’emergenza, a chiudersi sempre di più in sé stesso, soffrendo, scrivendo. Come a voler sottolineare un certo tipo di isolamento che si è protratto a lungo, dismette ancora una volta i panni che gli sono stati tanti congeniali per ventidue lunghi anni, quelli di Wovenhand, riprendendo i suoi, segnando così la sua terza incarnazione che lo riporta a se stesso. Un viaggio al contempo a ritroso e un balzo in avanti nel tempo, nel nostro tempo, ancora una volta pieno di significati nascosti in cui il Mito può giocare un ruolo chiave nella vita di chiunque sia pronto a volersi immergere.
Solo non è, però, perché Edwards affida quanto è emerso da tanta solitudine, oltre alle sue, alle mani di Ben Chisholm, che da anni accompagna nel mondo delle ombre tanti artisti (una su tutti Chelsea Wolfe) e le loro composizioni, impreziosendone il già alto tasso di oscurità. Quello che l’ex-16 Horsepower allestisce è un solitario rituale (in qualche modo) pagano, in cui la lunga linea temporale della tradizione si getta nelle gelide acque di un presente futuribile, suoni che piegano lo spazio tempo da Occidente a Oriente quasi impercettibilmente, banjo e chitarra sono in perfetta sintonia, una sinergia che crea architetture fragili pregne di sensazioni amare che formano paesaggi abbandonati. La voce dolente di Edwards tocca corde amare, sovrasta le pulsazioni sintetiche (in certi casi fortemente industriali), i bordoni elettrici, le acustiche intelaiature fino alla creazione ultima di una narrazione che sembra perdersi nei filamenti del tempo e, come sempre, è il perno attorno al quale ruota tutto un universo di generi che vengono attratti al centro per poi implodere. C’è un’urgenza tutta particolare in ogni singolo brano, travestita da apparente calma e sospensione.
Al netto del suo essere di base silenzioso e rarefatto, “Hyacinth” è un album che pesa svariate migliaia di tonnellate ed è il migliore nella discografia del Nostro in termini puramente emotivi da almeno dieci anni a questa parte. Il bello sfigurato che vince sulla morte e segna la rinascita. Il mito che si fa realtà.




