Oneohtrix Point Never – Again
Recensione del disco “Again” (Warp Records, 2023) di Oneohtrix Point Never. A cura di Piermattia Vantaggi.
Conobbi la musica di Oneohtrix Point Never grazie a quel bellissimo film che è “Good Time”. Daniel Lopatin, questo il vero nome del musicista, ne curò infatti la colonna sonora regalandoci una delle ambientazioni sonore più interessanti del cinema contemporaneo. L’artista statunitense continuò la collaborazione con i fratelli Safdie e firmò anche le musiche di “Uncut Gems”, altra grande pellicola che vede un Adam Sandler, in vesti eccezionalmente drammatiche, recitare la parte di un gioielliere ebreo che si mette nei guai con la malavita.
Lasciando da parte la breve digressione cinematografica, ed entrando nel vivo del discorso, posso affermare di aver nutrito, da sempre, un profondo rispetto per Oneohtrix Point Never. Nel corso dei suoi sedici anni di carriera, l’artista americano ha costantemente proposto una musica dissociata, slegata dall’industria musicale attuale, che, notoriamente, vede trionfare la forma canzone nell’accezione più popolare del termine. I pregi di Lopatin, però, non derivano unicamente dalla scelta del genere sperimentale, tutt’altro. Il punto è che non è per nulla facile proporre una musica del genere senza ricadere nel rumorismo più bieco.
Nel corso della mia breve vita mi è capitato più volte di assistere a set elettronici sbilenchi, incompiuti, che badavano più al causare acufene nel pubblico piuttosto che all’arte stessa. Spesso c’è infatti chi si definisce “musicista sperimentale”, solo e unicamente perché spara, a più non posso, suoni distorti da casse mezze rotte, senza tra l’altro avere la minima cognizione di cosa vuol dire fare della produzione sonora nonché condurre ricerca musicale. Il grande merito di Oneohtrix Point Never è dunque quello di invertire questa tendenza: Lopatin per mille validi motivi se lo può permettere, voi no.
La nuova produzione dall’artista americano, “Again”, non sovverte di certo i canoni a cui ci ha abituato OPN: l’idea stilistica sperimentale rimane la stessa, solamente affinata e proposta in diversa prospettiva. In questo nuovo album la musica classica si fonde con l’ambient, i violini cavalcano i droni, le voci rotte dagli effetti fanno la loro apparizione rarissime volte solo in funzione di continuare quella sorta di narrazione portata avanti dal musicista.
In sostanza lo sperimentalismo, qui reale e tangibile, è assolutamente punto cardine del lavoro di Lopatin. Egli cerca infatti di mandarci in trance grazie all’uso di sintetizzatori vintage che, a livello sonoro, fanno sempre la loro porca figura. Dell’album in sè c’è poco da dire, posso affermare che è assolutamente valido, non per tutti, ma indubitabilmente riuscito. Difficile scrivere di un’opera del genere, faccio prima a consigliarvene l’ascolto.




