Oneohtrix Point Never – Tranquilizer
L’undicesimo album in studio del prodigioso Daniel Lopatin a nome Oneohtrix Point Never, pubblicato il 21 novembre per Warp Records, è una vera gemma delle uscite di quest’anno. Il materiale grezzo adoperato da OPN per questo lavoro deriva, stando alle sue dichiarazioni, da una serie di campionamenti su disco vecchi più di trent’anni, reperiti dal […]
L’undicesimo album in studio del prodigioso Daniel Lopatin a nome Oneohtrix Point Never, pubblicato il 21 novembre per Warp Records, è una vera gemma delle uscite di quest’anno. Il materiale grezzo adoperato da OPN per questo lavoro deriva, stando alle sue dichiarazioni, da una serie di campionamenti su disco vecchi più di trent’anni, reperiti dal nostro su Internet Archive ed eletti a fulcro compositivo solo dopo la loro scomparsa dal suddetto sito web. I campioni sono mantenuti qui piuttosto incontaminati, perlomeno rispetto alla prassi compositiva a cui OPN ci ha abituato nel corso degli anni, in opere magistrali come “R Plus Seven“, “Replica” e “Garden of Delete“, e questo, va detto, ha valso qualche malcontento a una piccola fetta del plotone d’esecuzione digitale, sempre sull’attenti e col fucile puntato. Eppure, come dimostrano i più recenti “Magic Oneohtrix Point Never” e “Again”, oltre alle note produzioni in collaborazione con The Weeknd, Charlie XCX e FKA Twigs, parliamo di un artista che non ha mai disdegnato trattamenti sonori più convenzionali, riuscendo a estrarre sempre e comunque quel qualcosa in più che ci porta a vagheggiare un altro futuro collettivamente rimosso. Questa è infatti proprio la cifra stilistica di OPN da sempre: la contemplazione di un mondo cibernetico alternativo irraggiungibile, l’osservare un aeroplano lontano che si tuffa dentro le nuvole. Lopatin ha definito la sua corrente “compressionismo”, ovvero un’operazione di compressione e metabolizzazione di tonnellate di informazioni della recente cultura popolare informatica al fine di sputare fuori rielaborazioni sempre più imprevedibili nel cui solco è possibile percepire la propria soggettività. O, per dirla in altro modo, l’atto di riconoscersi attraverso la manipolazione di ciò che ci sovrasta nell’altrove informatico.
“Tranquilizer” è senza dubbio tra i lavori più pregiati dell’ultimo decennio a nome OPN (e non solo). È un lavoro sparpagliato, caotico, una sorta di brodaglia primordiale in cui schegge di DNA digitale si mescolano e si dividono creando di volta in volta figure informatiche dalle forme e dai colori più disparati.
For Residue, introduzione tenue e onirica, riporta alla mente schermate di accensione di vecchie console proto-internettarie, giungle vapor frammiste a suoni modulari anni ‘80, il suo Chuck Person che stringe la mano a Vangelis, e che sfocia in un tetris di sequenze ritmiche impilate imprevedibilmente una sull’altra, ovvero l’ipnotica Bumpy, che riprende alcuni approcci che gli ascoltatori più nostalgici di Replica e R Plus Seven sentiranno particolarmente propri.
D’altro canto, Lifeworld ci dischiude uno scenario frugale, quasi sensuale, che imposta un tono molto differente, seppur coerente con lo spirito di alterità del disco. Nel videoclip si susseguono scene di un vecchio mondo fatto di creme per il viso, skyline all’imbrunire, videoteche, giornali freschi di stampa, vecchi supermercati, statue sovietiche, costellazioni, supernove, stelle di neutroni, dagherrotipi antichi, in un rapido susseguirsi di ricordi che non rappresentano davvero il loro contenuto reale, bensì l’atto stesso della loro mancanza, essendo sempre mediati dalla patinatura di una vecchia videocamera a nastro, vero protagonista della memoria. È ancora una volta l’operazione di “compressione” delle informazioni mediata dal materiale grezzo a essere il fulcro del video. E anche il brano seguente, Measuring Ruins, si sviluppa attraverso un videoclip che veicola sensazioni analoghe: il ritmo interrotto, la frammentazione degli elementi armonici sono accompagnati da un corrispettivo movimento di drone sulle nuvole, mari di libellule attorno a un lampione in bianco e nero in un vicolo claustrofobico, farfalle variopinte nel blu più incontaminato, un bombardamento di miniature fotografiche verticali che ci fa sentire scagliati con veemenza nella galleria del nostro cellulare, per finire poi in un silente campo notturno tempestato di lucciole grosse come pugni.
Altre vette nella lunga tracklist: l’enigmatica Modern Lust, che riecheggia spezzettata come gli schermi pubblicitari intermittenti d’una metropoli notturna e piovosa; Vestigel, una sciacquata molto emotiva di sintetizzatori e rumori di quantizzazione digitale; la meravigliosa Cherry Blue, i cui toni opachi e vagamente jazzistici sono rispecchiati in uno dei videoclip più spettacolari degli ultimi tempi, diretto magistralmente da Pol Taburet, in cui grafite e carboncino danno vita a scene spente di un passato inglorioso, una vita ricordata a metà e distorta dal tempo, che culmina con sprazzi di video “ritrovati” in fotocellula, e par quasi sul finale di ritrovare nella ballerina danzante la fata di Cuore Selvaggio, e nella sua detonazione Laura Palmer (il richiamo è qui davvero irresistibile, essendo peraltro Lopatin un noto estimatore di Lynch).
Tocca poi alla frenetica D.I.S. far schizzare in alto la dinamica del disco, con veloci pulsazioni gated che si intersecano a pareti di accordi sinusoidali pesantemente riverberate, accompagnate ancora una volta da un videoclip meraviglioso, diretto da Elliott Elder (e questi video non sono quasi la vera grande rivoluzione di questo lavoro? L’abilità cioè di prendersi anche gli occhi e coinvolgerli nel “compressionismo” OPNiano): centinaia di migliaia di minuscoli granelli di colore digitale si mischiano e rimischiano creando di volta in volta paesaggi diversi che puntualmente implodono sotto la forza di una gravità cibernetica, e par quasi di giocare a uno di quei videogiochi che tanto ci dilettava scoprire da piccoli, quando sulla R4 di un amico si presentava un nome più strano del solito. L’effetto visivo estraniante fonde Gerhard Richter, Terraria, Arca e un buon quantitativo di sogni lucidi.
La breve title track, invece, pare più un intermezzo spaziotemporale, una galleria per recarsi dalle pareti di farfalle e raggi laser dei primi due terzi del disco alla chiusura atarassica e oceanica di questo splendido lavoro. Tocca infatti subito a Storm Show e Petro, che potrebbero tranquillamente essere estensioni della title track Tranquilizer, e che riportano l’orecchio al sicuro, fornendo poche informazioni sparse e lasciando più spazio al negativo, all’assenza di stimoli. Rodl Glide ci mostra una prima metà sul medesimo filone, con un video casalingo di una gita su uno specchio d’acqua (ripreso al telefono da Cory Arcangel), perlomeno fino all’ingresso violento di arpeggiatori anni ‘90 e atmosfere techno acide, che portano a un’inversione dell’inquadratura e a uno spostamento continuo e quasi nauseabondo della linea dell’orizzonte acquatico. Waterfalls chiude come una carezza questa straniante e al contempo rinfrancante ora di valanghe d’informazione compresse e sparate a velocità supersonica nei timpani.
Oneohtrix Point Never si riconferma uno degli autori più importanti e rivoluzionari degli ultimi vent’anni. Con lui si ha sempre l’impressione di partecipare alla più totalizzante libertà creativa, che giunge picchi talmente alti da ritornare ad essere il puro gioco estatico di bimbo, in un processo che ingolla ogni significato e parola fino a non averne più. Nel “compressionismo” troviamo la nostra vera redenzione, l’unico modo di esserci quando torrenti gargantueschi di dati ci allagano la mente: comprimere, essere l’impedenza di questi flussi, aumentandone o diminuendone quindi la gittata, come si fa mettendo il pollice all’imboccatura di un tubo dell’acqua per annaffiare dei vasi troppo lontani. Nel comprimere ritroviamo l’io disperso.
Come riporta la descrizione del disco: “Tranquilizer isn’t the sound of sedation, but resurfacing”.




