Yussef Dayes – Black Classical Music
Recensione del disco “Black Classical Music” (Nonesuch Records / Brownswood, 2023) di Yussef Dayes. A cura di Giovanni Davoli.
Come dice il titolo, questo è un disco di “musica classica nera”, cioè un disco di jazz. “Cos’è il jazz?” – si chiede Yussef Dayes – “Musica che è in continua evoluzione e senza limiti nel suo potenziale” – la sua risposta. Allo stesso tempo il jazz è “musica classica nera”. E mi spiace se sembrano in contraddizione, ma entrambe le affermazioni sono inoppugnabili. Ciò che è classico, si mantiene tale solo perché si sa aggiornare.
Non sarà poi certo un caso che la title-track, posta all’inizio, sia quella che suona più classica, direi addirittura da antologia hard bop. E, sia detto per inciso, ricomprende un lungo stacco percussionistico a quattro mani da pelle d’oca. Da lì comincia poi un viaggio, lungo un disco bellissimo, suonato da una band di professionisti sopraffini che ricomprende il bassista Rocco Palladino, Malik Venna al sassofono, Charlie Stacey alle tastiere, Alexander Bourt alle percussioni. Dayes è un batterista solo trentenne, ma attivo da tempo nella nuova scena jazz di South London. Quella di Shabaka Hutchings e Tom Misch, tanto per fare i nomi più noti tra i tanti featuring del disco (il primo al clarinetto in Raisins Under the Sun, il secondo carismatico al basso su Rust). Ma le ospitate ricomprendono anche artisti reggae (Chronixx), R&B (Masego e Leon Thomas), New Age (Elijah Fox), Hip-Hop (Jahaan Sweet), soul (Jamilah Barry). La “Black Classical Music” di Yussef Dayes è una ricetta ricca di sapori e spezie differenti. Appaiono nostalgia e gusto “retrò” in stile nu-jazz, ma anche il desiderio di produrre una sintesi nuova e originale.
Cresciuto in una famiglia di musicisti, Dayes ha preso le bacchette in mano a 4 anni e ha poi studiato con il grande Billy Cobham. Oggi è un musicista completo che ha fatto proprio anche il linguaggio dell’afrobeat, come è tipico dei batteristi “jazz” della sua generazione. Ascoltate Afrocubanism: mantiene sempre un tocco leggero sulle pelli, senza tecnicismi inutili, senza picchiare troppo. Il suo stile lo porta a fluttuare al di sopra delle note suonate dai suoi compari, cui impone il suo proprio ritmo. E l’orecchio di chi ascolta si scopre automaticamente attratto dalle geometrie musicali disegnate dalla sua batteria. Chasing the Drum, fin dal titolo, è un altro esempio plastico di questo modo di fare musica, “inseguendo il tamburo”, come anche Gelato. D’altronde, “Black Classical Music” è il disco di un batterista che, dimostrando piglio da leader, non teme di prendersi giustamente la scena e i riflettori lungo tutto il disco.
Un disco forse un po’ troppo lunghetto per i miei gusti. 74 minuti a cui qualcosina si poteva tagliare e si poteva per esempio fare a meno dei featuring della figlioletta Bahia Dayes: molto teneri, ma dimenticabili e scusate il cinismo. Altresì, sono proprio alcune delle tracce cantate dagli ospiti, in territori più commerciali del jazz, a risultare meno convincenti (Woman’s Touch, piuttosto che Cowrie Charms). Per il resto e per la maggior parte, un disco composto da musica non banale, per composizione, arrangiamenti ed esecuzione.
Dopo questo disco, di fatto il primo da solista, Yussef Dayes si afferma come una forza innegabile della scena contemporanea e, sicuramente, ci riserverà ancora molte soddisfazioni negli anni a venire.




