Nubya Garcia – Odissey
Recensione del disco “Odissey” (Concord, 2024) di Nubya Garcia. A cura di Giovanni Davoli.
Durante un concerto cui ho assistito, Nubya Garcia parlava di come trovasse difficile dare un nome ai brani che compone. Mi sono scioccamente chiesto dunque, mentre notavo in questo suo nuovo album la comparsa di quattro brani cantati, se non abbia deciso che sia più facile scrivere direttamente i testi di un brano, per poi arrivare al titolo. Comunque sia, la novità porta risultati contrastanti.
Un po’ spenta appare l’iniziale Dawn, affidata alla voce di Esperanza Spalding immersa tra gli archi. Ma questa è solo “l’alba” del disco. Potete skippare direttamente all’ultimo brano, Triumphance. Un“trionfo” appunto cui dà voce Nubya stessa accompagnata da un coro: un dub che prende strade epiche, tra voci bianche e fiati. Su Set It Free invece, un ritmo funky fa strada alla voce di Richie. C’è poi Walk in Gold, cantata da Georgia Anna Muldrow, dove il sax di Nubya riprende dei fraseggi latineggianti come già sul precedente, acclamato “SOURCE”.
Immagino sia stato proprio il successo di quest’ultimo che le dà oggi la fiducia di cercare nuove strade. Tuttavia, nemmeno quelle vecchie vengono abbandonate. Tra le cose migliori del disco vi sono infatti due tracce post bopcome Solstice e The Seer dove la formazione si limita al classico quartetto jazz: sax, piano, basso e batteria. Ad accompagnare Nubya, i fidati Joe Armon-Jones, Daniel Casimir, Sam Jones.
E per il resto, il disco si contraddistingue per tanti archi, che addirittura nel caso di Water’s Path fanno tutto loro, con Nubya che ripone il sax e si limita a condurli e arrangiarli. In Odissey invece si prendono la scena nel finale, dopo che il quartetto base si era lasciato andare a quasi 7 minuti di improvvisazione su un tema lanciato dal sax: di nuovo, classico post bop, in cui a cantare ci pensa il sax tenore della “band leader”.
Insomma, potrei rimanere a parlarvi ancora dei vari dettagli che fanno questo disco, ma finirei per tralasciare il punto che conta. E quello è, semplicemente, che Nubya Garcia con “Odissey” si afferma definitivamente come un talento certo della giovane scena jazz fusion contemporanea. Un movimento che sta ridefinendo e riallargando i confini del repertorio jazz. Onorando i classici e i mostri sacri (dove sarebbe lei senza John Coltrane, o lo stesso suo batterista senza Elvin Jones?), mentre ci ricama sopra e innova un po’, per creare una musica “mistica” (nel senso che va oltre il corpo e le emozioni) e “universale” (nel senso che non si dà confini geografici e di genere).
Direte voi che è soltanto una moda, che non c’è nulla nel fondo di questa musica, di questo “jazz nuovo” che potrà impedire tra 50 anni di scordarsi di lei e degli altri, al contrario di Coltrane e di altri mostri sacri che rimarranno sempre un approdo sicuro. Questo pensiero, che a volta ho fatto anche io tra una uscita e l’altra di questi più “giovani” talenti, potrebbe lasciarvi dopo avere ascoltato “Odissey”. Questo disco aspira a diventare un classico, un possibile capolavoro.
Un’opera che per la sua bellezza musicale e per il talento che sprigiona, non cadrà nel dimenticatoio delle mode passeggere e contribuirà a far tenere traccia di un movimento che in questi anni ’20 ha già dato varie prove egregie.




