Venera – Venera
Recensione del disco “Venera” (Ipecac Recorings, 2023) dei Venera. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Stillwell, Love And Death, Killbot, Fear And The Nervous System. Questo l’elenco, bene o male, dei progetti collaterali dei membri dei Korn, senza ovviamente contare i vari solisti et similia. Che io ricordi non uno di questi ha più profondità di una pozzanghera, né per contenuti in sé, né per durata effettiva, con buona pace dei fan della band di Bakersfield. Sorvoliamo sui solisti, che è meglio.
Come sempre, prima o poi, a furia di tentare, qualcuno fa centro e quel qualcuno è James Shaffer. Il settecordato co-padrino assieme ai suoi sodali del sound nu-metal, tanto amato quanto odiato a tutte le latitudini e ora tornato in auge non si sa per quale ricorso storico, decide di scostarsene ad ampie falcate imboccando un lungo e oscuro tunnel dark ambient e per farlo si avvale dell’aiuto del regista/compositore Chris Hunt. Assieme creano Venera.
Hunt e Shaffer decidono di intraprendere un viaggio nel buio, ma non nel senso dello sconosciuto, poiché questo universo dark ambient è tutto tranne che codificato, solo visto da una prospettiva di innervata potenza. Danno vita a una colonna sonora vera e propria, un dedalo le cui pareti sono rumore tutto tranne che grezzo ma a grana estremamente grossa, roba ottima per gente come Cronenberg, giusto per intenderci. A differenza di molti album simili, in “Venera” tiene banco il groove, si fa dominio mentre tutto attorno si vanno a formare costruzioni maligne, reti di connessione a spazi oltre il mondo. Deantoni Parks, che non solo è stato mastro cerimoniere ritmico nei Mars Volta, ma anche sapiente della d’n’b più notturna (provare i suoi solisti per credere, soprattutto l’eccellente “Touch But Don’t Look”), viene infatti chiamato a sezionare le lente progressioni sintetiche di Disintegration, pezzo nomen omen, violento, accattivante, strabordante, con la batteria a scandire un timing tutto suo, stop’n go elettrici, massacri jungle e breakcore a tutto spiano. Gli elementi break fanno a brandelli Erosion, bassi sparati in faccia e nenie raggelanti sono le pennellate sbilenche di un quadro espressionista ipertecnologico. Quando invece il ritmo evapora a far da padrone sono sensazioni di smarrimento e paura, su tutte Surrender sembra accompagnare l’atterraggio di un’astronave aliena su una landa fredda e desolata.
A ulteriore discostarsi dalle regole di genere ci sono tre brani che portano in sé il dono della voce. A spiccare nel trittico è Triangle, benedetto dall’ugola sofferente di Alain Johannes di cui ben conosciamo il potenziale blues e, infatti, come una lama taglia per lungo il brano, crescendo di dolore imperituro (“But I am due to end the pain/Nothing really matters/Ever ever ending in your eyes”) ed epica tinta di grigio. Gli HEALTH (e i chitarroni di Shaffer) rendono rovente il cyberfango di Ochre mentre i VOWWS dipingono Hologram a tinte dream pop con arrendevoli melodie vocali. Anche questi elementi possono cambiare l’esito di un disco, nel caso ce ne fosse bisogno, che in questo caso non c’è. “Venera” ha un focus che molte altre creazioni ambient non hanno, è motivato e compatto e sembra tutto tranne che un esperimento estemporaneo. Tanto è grosso che pare – per fare un parallelismo assurdo e videoludico – un mostro di un qualche gioco “soulslike” impossibile da terminare ma comunque divertente proprio per questo.
Speriamo non sia un’illusione.




