Venera – EXINFINITE

Recensione del disco “EXINFINITE” (PAN, 2025) dei Venera. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.

Mentre i suoi Korn debuttano (negli Stati Uniti) con i concerti da stadio, sancendo così una sorta di “fine” per quanto riguarda un certo tipo di immaginario “altro” (non che prima…), James “Munky” Shaffer decide che è il momento di riattivare, assieme al sodale Chris Hunt, la macchina Venera.

Avevamo lasciato il duo due anni or sono con un debutto micidiale licenziato dall’etichetta del cuore (pattoniano) Ipecac Recordings, un disco tanto assurdo e cerebrale che si faceva sin fatica a credere fosse progetto “collaterale” di una rockstar (quest’è). C’era di che leccarsi i baffi, ma anche da capire come e quando sarebbe stato possibile tornare su quei lidi così lontani, così diafani e oscuri. Il timore di un progetto “one shot” era dietro l’angolo e che peccato sarebbe stato.

Altro punto sul tabellino del duo lo si era assegnato per la scelta delle collaborazioni sparse nel disco eponimo (VOWWS, Alain Johannes, Deantoni Parks, HEALTH). I punti raddoppiano, qui, con Shaffer e Hunt a evocare tre artiste di livello cosmico: Dis Fig, Chelsea Wolfe e FKA Twigs. Ognuna di loro sta al vertice di un mondo, ha creato qualcosa di unico e difficilmente imitabile (e chi ci ha provato ha miseramente fallito). Cominciamo da qui. Le sintesi subacquee che introducono End Undercover vedono Felicia Chen/Dis Fig vestire panni alieni molto vicini a quelli di Bjork, etereo spirito che cavalca ritmiche gigantesche circondata da arie melanconiche, epiche, in ascesa superna. Chelsea Joy Wolfe (spalleggiata come sempre da Ben Chisholm) dismette i panni dark folk ma non quelli apocalittici: All Midnights è sacralità trip hop, fine dei tempi in musica, notte infinita e una voce che tutto può e, quindi, tutto fa e tramuta il tutto in un sogno senza confini. Un senso di sospensione striscia sotto le sintesi di Caroline, e tra cavi e glitch si muove FKA Twigs, al secolo Tahliah Debrett Barnett, indiscussa regina hyperpop che proprio quelle vocalità porta qui in dote, pitchata altissima si fonde con la macchina, battezza nel pop le svisate noise di Venera rendendole metallo scintillante.

Basterebbero questi tre brani per fare di “EXINFINITE” un disco di classe superiore, ma Shaffer e Hunt di sicuro non si accontentano. Venera è una creatura in evoluzione, dipinge un quadro electrodark a tinte sanguigne, creando spazi sintetici e cibernetici, melodie spaventose che richiamano alla mente paesaggi gibsoniani, come un neuromante perso nello spazio (Tear), kaiju industrial che incedono demolendo tutto ciò che incontrano lungo il cammino (Asteroxylon), massacranti pulsioni aggrotech che aggrediscono impietose grazie alle chitarre trasfigurate di Munky (Flatline) e devastazioni elettroniche ritmicamente abbacinanti (Meridians).

Un viaggio interstellare dall’esito terrificante, da far gelare il sangue nelle vene e, per questo, una delle cose più intense che sentirete quest’anno. Venera vive nel buio e di questo si nutre.

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