The Menzingers – Some of it was True

Recensione del disco “Some of it was True” (Epitaph, 2023) dei The Menzingers. A cura di Antonio Margiotta.

Certe band sembrano avere un destinato segnato. L’affermazione può suonare perentoria, e forse anche negativa, ma non per i The Menzingers. Nel caso del quartetto della Pennsylvania infatti, il fato sembra essere quello di produrre ancora grandissima musica dopo otto album e diciasette anni di carriera. Il ritorno sulle scene avviene a questo giro con tredici tracce nuove di zecca, a quattro anni di distanza dal notevole “Hello Exile”, pubblicato sempre per Epitaph nel 2019.

Inutile girarci attorno: il sodalizio tra Greg Barnett e compagni continua a funzionare meravigliosamente, costituendo un fulgido esempio di cosa significhi suonare punk rock al giorno d’oggi. Un’unione musicale con una forza invidiabile che si riflette in ogni singola traccia di questo lavoro, mescolando immediatezza e capacità di scrittura rare. Una lezione per ogni altra formazione del genere, che fa della band di Scranton un modello a cui ispirarsi per chiunque cerchi di approcciarsi a una materia solo apparentemente banale.

Dopotutto, confezionare tracce cariche di pathos che sin dal primo ascolto sanno come piantarsi in testa non è da tutti. Eppure, i nuovi brani contenuti in questo “Some Of It Was True” procedono spediti in questa direzione, partendo dall’opener Hope is a Dangerous Little Thing e passando da una ballad Come on Heartache fino ad anthem spiccatamente rock come Alone in Dublin. Ritornelli carichi di immediatezza, arrangiamenti mai banali e testi che parlano direttamente al cuore perfetti per essere cantati dal vivo.  Dopotutto, cosa si potrebbe chiedere di più un album punk rock se non una genuina onestà, una capacità di incanalare in un’esplosione di vita tutto il senso di smarrimento che il nostro stesso esistere ci può riservare?

Perché è proprio questa sensazione che respiriamo per poco meno di quarantacinque minuti durante l’ascolto dell’album: un vivido desiderio di mettersi a nudo, raccontando la natura spesso contraddittoria dei nostri sentimenti come in I Didn’t Miss You (Until You were Gone) o l’incapacità di adattarsi a contesti diversi (There’s no Place in this World for Me). A emergere è senso di sradicamento che non ha il sapore ribellistico dell’adolescenza, quanto piuttosto di disincanto tipico di chi ha superato i trent’anni proprio come Barnett e soci. Uno sguardo dunque che si fa più maturo, forse più cinico, e tuttavia sempre acuto e mai distaccato.

I The Menzingers partono dall’osservazione della realtà, da una riflessione attenta sul nostro modo di viverla e ancora una volta ci offrono un kit di sopravvivenza per affrontarla: una sfida per cui non esistono soluzioni immediate, ma in cui fortunatamente abbiamo a disposizione album come questo. Un concentrato di sana nostalgia, per resistere allo scorrere inesorabile del tempo e continuare a guardare dentro di noi, nel segno di un percorso che forse non ha mai fine, ma resta sempre necessario.

Post Simili