Animal Collective – Isn’t It Now
Recensione del disco “Isn’t It Now” (Domino Recordings, 2023) degli Animal Collective. A cura di Simone Grazzi.
Dove eravamo rimasti? Sì. Adesso ricordo. 2021. Finestrino basso a lasciar entrare la fresca aria che sempre si respira quando nessun pensiero ti offusca la mente nel bellissimo mentre di un viaggio senza ne meta, ne volontà di arrivare in nessun dove. Auto che si lascia guidare dal semplice e puro senso dell’istinto. Occhi nascosti dietro lenti scure anche se il sole non si è ne visto, ne sentito, ed una voglia matta di lasciarsi cullare da suoni coloratissimi, desaturati e privi di contrasti netti. Eravamo rimasti esattamente qui.
“Time Skiffs”, uscito esattamente poco meno di due anni fa, in piena era Covid-19, era un viaggio post lisergico cullato da 9 tracce oniriche ed eleganti a cavallo tra art-rock e psichedelia. “Isn’t It Now”, nuovo lavoro della band di Baltimora, uscito proprio in questi giorni, riparte esattamente da dove il quartetto si era fermato. L’autovettura dai pistoni cromati è nuovamente pronta a riprendere il road-trip con la stessa energia di sempre. Forse anche più di prima.
9 nuove tracce rigorose nel loro apparente disordine che a tratti sembrano uscite fuori (…nel senso proprio di fuggite, scappate, fuoriuscite sul serio!) dal set prospettico e simmetrico di un film illuminato da luce naturale di Wes Anderson. Momenti sospesi a mezz’aria, simmetrie, ripartenze ardite, caleidoscopici cori roteanti, tremolii in caduta libera, pause, riflessioni e giostre in movimento perpetuo.
Se ve lo state chiedendo la risposta è sì, il nuovo album della band di Noah Lennox, Joshua Dibb, David Portner e Brian Weitz, gli Animal Collective, mi è piaciuto. Non in maniera smodata, non è un capolavoro e non è il loro miglior album, ma sì, mi è piaciuto. L’atmosfera che si respira è più rarefatta del disco precedente e mano a mano che le nuove canzoni si cedono il passo una dopo l’altra, appare chiaro come le dosi di psichedelia siano aumentate in maniera più che percettibile.
La partenza è spirituale e sulle note di Soul Capturer già si palesano senza troppo nascondersi, 4 ragazzotti di Liverpool che attraversano la strada sulle strisce pedonali,…uno dei quali addirittura a piedi nudi! L’ispirazione beat è fortissima, ma è su Genie’s Open, la traccia successiva, che i suoni si fanno marcatamente e massicciamente ancor più lisergici e dilatati. La tavolozza di colori, già fornitissima in partenza, si arricchisce di cospicue altre sfumature fino all’inverosimile. Sono già ubriaco di suoni.
L’overdose di acquarelli prosegue fino ad esplodere completamente nei 22 minuti di Defeat. Sinceramente un po’ troppi. Decisamente troppi. Se dal vivo, magari presi bene dal concerto (…diciamo concerto), ce la si può fare con un po’ di buona volontà, su disco questa scorpacciata di tappeti sonori accompagnati da un cantato monocorde per quasi tutti i primi 9 minuti, risulta un po’ troppo faticoso da digerire senza trovare forte la tentazione di skippare verso la traccia successiva. E la tentazione è stata in effetti forte. La prima volta ci sono cascato,…le successive no!
Il disco prosegue tra furgoni colorati in direzione west coast (Stride Rite), ragazzi del surf (All The Club Are Broken) e vocalizzi psycho/post-gregoriani anche qui un po’ troppo ridondanti e decisamente di troppa sopportabile durata (King’s Walk).
La sensazione è che questa volta, pur dando alla luce un disco convincente e di indubbia riuscita, i geniacci di Baltimora abbiano mescolato un po’ troppo vorticosamente gli ingredienti ottenendo un piatto si gustosissimo, ma da consumarsi preferibilmente entro e non oltre il limite di attenzione di un ascoltare anche di molto interessato.




