Carnifex – Necromanteum
Recensione del disco “Necromanteum” (Nuclear Blast, 2023) dei Carnifex. A cura di Christian Soriano.
In questo caldo Ottobre, proprio agli inizi, Venerdì 6, è uscito per la famigerata Nuclear Blast, l’ultimo prodotto dei Carnifex dal titolo complesso quanto immaginifico di “Necromanteum”: una roba che ci proietta direttamente in una campagna di Dungeons&Dragons o in una qualche ambientazione warcraftiana, popolata di stregoni, magia oscura e creature degli abissi; e in effetti l’album riesce a darci proprio questa sensazione, già a partire dalla cover dell’album, che ritrae un cancello spettrale in un’area che con molta probabilità rappresenta un cimitero:
Dopo un inizio un po’ blando e monotono con Torn in Two, al punto che volevo skippare completamente l’ascolto e giungere a conclusioni affrettate, l’album esplode con Death’s Forgotten Children – e menomale aggiungerei, un brano che giudicherei a mani basse un capolavoro che mi ha ricordato molto l’atmosfera di “Death Cult Armageddon” dei Dimmu Borgir: niente di stupefacente, nel senso che eravamo già abituati a questo stile da parte dei Carnifex, tuttavia si nota che l’impostazione prevalentemente deathcore, o melodic deathcore di base, anche per l’immaginario, è ormai completamente saldata a quella symphonic black metal. La title track, in questo senso, ne è una dimostrazione: un’apertura degna di fare da sottofondo alla battaglia del fosso di Helm, uno scream che divora il growl, con dei momenti in cui fanno a unisono – niente male! – e gli archi che ci accompagnano lungo tutto il brano, proiettandoci in scenari oscuri e magici. La voce di Scott Ian Lewis è qualcosa di mastodontico, un monumento sottovalutato della musica estrema.
Molto alto il livello tecnico: gli assoli di Neal Tiemann, nella band dal 2021, un veterano dell’heavy metal e del rock, come dimostrano le sue esperienze passate nei DevilDriver, dove era però ritmico – aggiungono quel tocco di virtuosismo che colloca l’album su un livello davvero notevole, non la solita roba insertname–core fatta di breakdown, blast beat e voce growl ma qualcosa di più, qualcosa di non sganciato dal passato heavy da cui noi tutti, chi più chi meno in questo genere, proveniamo: non se ne può fare a meno, per quanto contemporanei e sperimentali si voglia essere, poiché se si fa musica estrema il dazio alla storia del metal, fatta di assoli e virtuosismi, va in un certo senso pagato e i Carnifex lo fanno. E lo fanno bene, aggiungerei. La mia nota di merito va proprio a Necromanteum, che mi ha fatto ritornare a quando, a 16 anni, scoprii per la prima volta il symphonic: una sensazione di epicità frammista a desiderio di elevazione che ci riporta a tempi andati, dove la guerra e ciò che la riguardava erano intrisi di ideali e, in un certo qual modo, valori guerrieri e dove non c’era l’intermediario della tecnologia contemporanea.
The Pathless Forest, che sembra quasi tratto da un racconto fantasy o da uno scenario di The Elder Scrolls, è probabilmente il pezzo più sperimentale, dove il connubio tra virtuosismi heavy metal e la violenza e oscurità quasi black si uniscono per dare vita a un pezzo unico molto ben riuscito; in generale uno dei miei preferiti insieme a Necromanteum – se non lo si fosse capito lo ripetiamo – e alla closing track, Heaven and Hell All At Once, che si apre con un lead guitar accompagnato dalla ritmica dello storico Cory Arford e dalla batteria di Shawn Cameron, altro membro storico, che da quasi i brividi tanto riesce a impressionarci: una chicca!
Insomma, quarantadue minuti e qualche secondo che avrei voluto, francamente, continuassero. Un album bellissimo; se fossimo ancora dietro ai banchi di scuola, un dieci e lode non gliel’avrebbe tolto nessuno.




