The Mountain Goats – Jenny from Thebes

Recensione del disco “Jenny from Thebes” (Merge, 2023) dei The Mountain Goats. A cura di Raffaele Giuria.

John Darnielle non si ferma più. Scrive di continuo, canzoni, romanzi, racconti, saggi. Canzoni, soprattutto, col suo nom de plume The Mountain Goats, e lo fa dal 1991. Ha scritto su qualsiasi cosa, di qualsiasi cosa: di coppie tossiche col destino segnato, dei wrestler della sua adolescenza, un disco intero su persone che ha conosciuto nella vita vera e perlopiù morte, giochi di ruolo, un adolescente che ascolta i Joy Division, il Nuovo Testamento, di una ragazza che si chiama Jenny.

All’inizio lo faceva con quello che gli capitava a tiro, primariamente il suo boombox (quegli stereo portatili col manico e la doppia cassetta), da solo a casa, poi in modo più strutturato, facendosi produrre e con una band, diciamo così, ossia musicisti fidati ai quali affida (quasi) tutti gli strumenti; tre di questi sono diventati molto più stabili, motivo per cui ritroviamo anche qui Peter Hughes al basso, Jon Wurster alla batteria e Matt Douglas ai fiati. Siamo dalle parti di un rock leggero vagamente ‘70s, dalle parti dell’indie rock, dalle parti di un twist esistenzialista con sessioni di fiati e archi. E non capisco come mai mi ricordino così tanto, così sempre i They Might Be Giants (sarà la voce, sarà l’artigianato sonoro. Sarà!).

John Darnielle non si ferma mai, si diceva, e con “Jenny From Thebes” sono cinque album in tre anni. Anche qui ci sono canzoni su una ragazza che si chiama Jenny, che è la stessa Jenny di tutte le altre canzoni che parlano di lei. E’ un disco che parla “di individui e di società”, nelle parole dello stesso Darnielle, e sono racconti da punti di vista caduti dall’alto, a narrare frammenti di vite in sviluppo, un evento nel momento dell’evento stesso, in medias res, con grande dovizia di particolari ma nel contempo in sospensione, e sospendendo sicuramente il giudizio nel difendere quelle vite che della società lambiscono i confini, come la stessa Jenny, qui Jenny III, della quale non è necessario conoscere i trascorsi discografici per poter apprezzare e capire ciò che qui le accade.

Il disco apre, spalancando le porte, con Clean State e il suo rock da camera, con archi e fiati rutilanti ma mantenendo quel senso di artigianato che traspare da ogni brano, anche quelli con una produzione più spinta. Nell’alternanza tra ciò che è spinto fuori, come la citata Clen State, Murder at the 18th St. Garage e Fresh Tattoo, e il dentro di Ground Level, Only One Way Out e Great Pirates con la sua fuga di sassofono, sta l’andamento dell’album, con la sua intima filosofia che attraversa ogni brano.

It’s never light outside yet when they climb into the van/Remember at your peril, forget the ones you can”, “Ricorda a tuo rischio e pericolo, dimentica quelli che riesci.

Post Simili