Johnny Mox – Anni Venti

Recensione del disco “Anni Venti” (To Lose La Track, 2023) di Johnny Mox. A cura di Andrea Vecchio.

Johnny Mox è sicuramente uno degli artisti ai quali la scena indipendente nostrana è da sempre maggiormente legata. Perché ci è vicino come visione del mondo, perché ci fa ascoltare, da più di dieci anni, musica veramente diversa, sia da cosa ascoltiamo ogni giorno, sia da cosa ci propone il mainstream indie italiano. E poi fondamentalmente perché dice cose giuste, ineccepibili. Che ti arrivano alla pancia, che ti fanno ragionare, che dimostrano un attaccamento alla realtà su cui poter sviluppare un dialogo. Il come lo fa, poi, rappresenta un punto di svolta totale, per gli ascolti musicali ai quali siamo abituati. Il loop sta alla base di tutto. E poi ci mette dentro elettronica, basi, vocalizzazioni. Tutto da solo. 

Il suo quinto disco si intitola “Anni Venti” ed esce per To Lose La Track e Sonatine, due etichette del Centro Italia che per fortuna che esistono. Gli anni di cui parla sono quelli in cui stiamo vivendo. O meglio, sono quelli in cui stiamo cercando di sopravvivere. Tra appigli scivolosi, crisi, occasioni mancate. Johnny Mox parte dalla realtà per mettere in musica, con un approccio old school che più old school non si può, le sue idee su questo periodo. Lotta politica, migrazioni, ambientalismo, speculazioni intellettuali, socialità. C’è molto dei Massimo Volume, se proprio vogliamo trovare dei punti di riferimento, ma personalmente, come idea di approccio musicale alle descrizioni mi tornano in mente i Bluvertigo di “Acidi e Basi”. Lo so, potrebbe sembrare riduttivo trovare delle similitudini, ma in una recensione bisogna pur indirizzare il lettore, in qualche modo. 

Ascoltando la prima canzone del disco, Non si torna più indietro, si ha la sensazione di andare incontro ad un’analisi dissacrante della salute dei cosiddetti “Anni Venti”. La citazione del Massimo Pericolo di Sette Miliardi corrobora quanto detto prima: conoscenza intima dell’humus pop nel quale si sta rovistando. L’ascoltatore si sente coinvolto, avverte di esserci: questo aspetto non è da sottovalutare al giorno d’oggi, da quando la fruibilità della musica viene quantificata in numeri di followers, biglietti venduti e pubblicità su Spotify. L’intimista Fortissimo parla di questo, di un burnout perenne, aiutata da chitarre e giri su noi stessi, così come troviamo le chitarre in Rotta, una canzone densa di naturalismo e rientri a casa. 

“Anni Venti” si realizza poi con la generazionale Whole Lotta lotta di classe, Shhh., un vero e proprio inno antitecnologico, e Lynn Margulis, che ci parla in un modo molto particolare della scienziata americana teorica dell’endosimbiosi: il brano è una ricerca strumentale di un minuto, esattamente quanto ci si mette per cercare notizie su di lei e pensare “Diamine, per fortuna esiste questo disco”.

Ascoltate dall’inizio alla fine, l’ultimo lavoro di Johnny Mox, al secolo Gianluca Taraborelli. Ascoltiamolo assieme anche fra due, tre, sette anni. E parliamone. 

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