Ivan Graziani – Per gli amici
Recensione del disco “Per gli amici” (Numero Uno, 2024) di Ivan Graziani. A cura di Fabio Gallato.
Ha ragione Maria
La rabbia
Lei che vive a Pescara
e scrive poesie, mentre piove sul mare
Ma non riesce a spiegare, non sa cos’è
Quella rabbia che ha dentro di sé
Non credo che Ivan Graziani sul finire degli anni ’80 avesse la pretesa di immaginare l’Italia di oggi, eppure la sensazione che si avverte ascoltando “Per gli amici” – album postumo che raccoglie appunto 8 brani composti a cavallo tra gli ’80 e i ’90 – è proprio questa. È un vero e proprio regalo, quello che i figli Filippo e Tommaso, ci hanno fatto e si sono fatti, recuperando, restaurando e completando una serie di nastri che il padre aveva primordialmente inciso.
8 brani ibernati, lasciati a riposare nel gelo di un tempo orfano di Ivan Graziani e della sua poetica, che fanno irruzione in un’altra epoca trovando spazio e anzi colmando un vuoto. “Per gli amici” ci riporta a quella purezza del cantautorato che oggi si fatica a riscontare anche in chi di Ivan Graziani ha fatto la sua fonte di ispirazione primaria. Sono canzoni semplici, caratterizzate da una leggerezza e una morbidezza per certi versi davvero inedita nella discografia di dell’artista abruzzese, che appare qui più diretto, meno obliquo. Ma è proprio questa semplicità, da non confondere con un minimalismo se vuoi dettato dalle necessità di una produzione che si è spostata giocoforza 3 decenni dopo, a renderle universali nonostante il lungo viaggio nel tempo, racconti di una quotidianità smarrita e dolceamara che è ancora la nostra.
In “Per gli amici” c’è Ivan Graziani in tutto e per tutto, ironico e dissacrante (Per una donna, TV), divertito e divertente (Per gli amici), ma anche lucido e indulgente nel raccontare e comprendere le debolezze di una provincia che non è mai cambiata, anzi, si è fatta semmai più grande, soffocante, disillusa (La rabbia, L’Italianina). Si cammina su un sentiero che è sia rimando che prosecuzione, sia ricordo che rimpianto, e fa specie e un po’ amarezza pensare che per raccontare i nostri tempi si debba ricorrere alle parole e alle immagini di un artista scomparso quasi 30 anni fa.




