Darkest Hour – Perpetual | Terminal
Recensione del disco “Perpetual | Terminal” (MNRK Heavy, 2024) dei Darkest Hour. A cura di Andrea Vecchio.
Sono passati più di vent’anni dal loro capolavoro “Hidden Hands of a Sadist Nation”. La panacea di tutti i mali, il trait d’union tra il metal e l’hardcore. Tra i capelli lunghi e le borchie. All’insegna dei trucker hat e dei giubbotti di jeans, all’insegna delle sigarette scroccate. Eppure, i Darkest Hour ci sono sempre, sono sempre tangibili. Sappiamo come andrà a finire, con loro: sappiamo che sono ormai pochi i punti di riferimento rimasti. Per questo continuiamo ad ascoltarli.
“Perpetual Terminal” è il loro decimo disco full-length ed esce per il colosso MNRK Heavy, testimoniando l’ossessione da parte della band di Washington di cambiare etichetta ogni volta che pubblica un disco nuovo. Sino a qui, nulla è cambiato: ho ancora lo split “Where Heroes Go to Die”con gli ungheresi Dawncore che uscì per la tedesca Join the Team Player, ogni volta fanno così. Ne è passato di tempo, ma cosa aspettarsi lo sapevamo tutti. Dalle grafiche di Cris Crude agli At the Gates, dal metal ai circle pit nei posti occupati di mezzo mondo: la mia non è una relazione oggettiva sui Darkest Hour, ne sono cosciente, ma loro sono sempre stati così. Tutto stomaco, tutto cuore, tutto sudore.
E questo “Perpetual Terminal” non fa eccezione. Attitudine punk ma death metal scandinavo a manetta, più che il solito tupa-tupa statunitense. Che si contorce su sé stesso senza perdere, però, il perpetuo (è il caso di dirlo) tiro magico. Societal Bile, il secondo singolo di lancio del disco, è una furia stridula di ritmi e canoni già affrontati dai cinque di Washington, ma è incredibile come riesco ugualmente a suonare fresca, divertente ed innovativa. The Nihilist Undone finisce con un singalong che arriva dopo un assolo puramente speed metal, e la successiva One with the Void ha un non so che di country che riduce tutto ad un fascino gretto e decadente che non conosce eguali, nonostante le parole pulite e “sciacquate” rispetto a ciò che i Darkest Hour ci hanno abituati nel tempo. Le canzoni sono lunghe, si si escludono gli episodi di Amor fati, un intermezzo strumentale, e la sua naturale continuazione Love Is Fear. A Prayer to the Holy Death ci riporta ai fasti dark di “Undoing ruin” e Mausoleum torna spesso in mente dopo l’ascolto per il suo inizio soft e la sua fine apocalittica come non mai.
Secondo un’analisi più tecnica, forse l’unico tratto poco old school del disco è la commistione e l’utilizzo, in stesse canzoni, di un ventaglio troppo ampio di stili e sonorità. Alcuni brani sfociano in un power metal lasciato lì a maturare come un disincantato esercizio di stile ed altri, secondo me, vanno troppo veloci per riuscire a trovare un asse lineare di ascolto.
Ma lo ripeto, queste sono sottigliezze. Quella che avete letto non è una recensione oggettiva sul nuovo disco dei Darkest Hour.




