Solbrud – IIII
Recensione del disco “IIII” (Vendetta Records, 2024) dei Solbrud. A cura di Lucio Leonardi.
Quattro elementi, aria, fuoco, terra, acqua, quattro membri che compongono singolarmente ognuno una delle 4 parti che costituiscono un doppio vinile, per poi suonarlo insieme, ed è subito Ummagamma dei Pink Floyd. Ma qui non siamo in Inghilterra, non siamo negli anni 70, siamo in Danimarca, Copenhagen, siamo nel 2024, e siamo dinnanzi ad un lavoro che vedremo sicuramente in tante classifiche di fine anno, quando sarà, tra più o meno 10 mesi.
I Solbrud sulla carta suonano un black metal atmosferico, a volte dalle parti di certo Blackgaze (oh, mi piace chiamarlo così, che ci posso fare, amo le catalogazioni), solo che riescono a farlo stando in bilico tra due macro scene, quella americana di Wolves In The Throne Room e compagnia assolata e quella norvegese di tipi spensierati come Burzum et similia. Ed è qui che sta la loro personalità, ciò che li differenzia dal resto. Quindi lunghe cavalcate: Hvile e Æderåd viaggiano rispettivamente a 17 e 15 minuti, ma anche la suite Når Solen Brydes, seppur divisa in 4 parti, raggiunge e supera i 24 minuti, che spaziano tra mid tempo (USA dote) e sfuriate tipicamente black (nord Europa in my mind), attraversate da sfoghi folk e meravigliose impennate psichedeliche (tra Pink Floyd, appunto, Enslaved e Nachtmystium), con una classe ed una profondità disarmante.
Li conosco solo adesso, anche se come si evince dal titolo dell’album stesso, siamo al parto numero quattro (ancora quattro?), e non posso fare a meno di promuovere a pieni voti un lavoro, che seppur lungo (siamo oltre 90 minuti), a volte un pò ripetitivo, con una produzione che secondo me non lo valorizza appieno, con melodie e fraseggi che bisognano di diversi ascolti per entrarti dentro, sa essere, se attenzionato a dovere, potente viatico di emozioni genuine, vere e che non se ne vanno facilmente.
Classe, bravura, ispirazione, a volte genialità. Ne vogliamo ancora.




