Iron Monkey – Spleen & Goad
Recensione del disco “Spleen & Goad” (Relapse Records, 2024) degli Iron Monkey. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Passano i secoli, passano i millenni e, se l’arroganza dei potenti non passa, manco la potenza dei marci. Questa semicitazioni bene o male colta per dire che gli Iron Monkey ci mettono un po’ a mettere insieme l’immondizia del mondo, divorarla e cacarla fuori in forma di mostro della palude ma, alla fine, ce la fanno.
In sette anni, tanti dividono “9-13”, ritorno dopo diversi lustri di silenzio, da “Spleen & Goad” e di merda sotto i ponti inglesi ne è passata parecchia in questo, sebbene breve, periodo. Per rimetterla di getto il trio di Notthingham (che vede tornare tra le proprie fila Dean Berry e il nuovo batterista Ze Big) rispolvera la formula collaudata che li ha resi il male assoluto in campo sludge metal ai bei tempi di “Our Problem”, ma incredibilmente aggiornata per stare a passo coi tempi. Suoni nuovi? No, solo un’incazzatura che non passa mai e un mondo che offre ancora una volta tutti gli spunti del caso.
Partono in quinta con Misanthropizer (un titolo, un perché) e vanno man mano rallentando sempre più, con riff che da rasoi diventano seghe circolari, batteria percossa con mazze Neanderthal, voce da Signore dei Ratti di memoria Ninja Turtle ma in versione guerriglia urbana fetente e pronta al massacro (“Fuck you rat is the law” nella lamata sludgecore Rat Flag, non a caso) che espettora testi sibillini con nel mirino tutti i bersagli giusti, tangibili o meno che siano, chilotoni di noise come fossimo in un mezzo a una centrale elettrica in procinto di saltare per aria e tanto, tantissimo SabbaNero che aleggia nell’aria come un incenso pestilenziale che stona al primo respiro, niente a che vedere con viaggi spaziali o altro, qui il punto d’arrivo è la discarica.
FFO: vi odio tutti e gradirei malmenarvi mentre grido come un invasato.




