Eye Flys – Eye Flys

Recensione del disco “Eye Flys” (Thrill Jockey, 2024) degli Eye Flys. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.

Ci sono voluti quattro anni a Jake Smith, Kevin Bernstein e Patrick Forrest (Spencer Hazard pare non essere più della partita) per rimettere in moto quel luridissimo camion che porta impresso sul lato il titolo di una delle canzoni più laide mai scritte dai Melvins ma infine eccoci qua: Eye Flys la band, “Eye Flys” il disco, un nome solo per un’esperienza di violenza senza pari.

Che il noise rock stia vivendo una seconda giovinezza è ormai risaputo, ma mantenerlo vivo, vegeto e pericoloso non è cosa da poco e costa fatica, sacrificio (dei timpani) e sangue (sempre dai timpani). Sporchi e rozzi, i tre di Philadelphia decidono che il debutto “Tub of Lard” non era sufficientemente pesante per i loro gusti e così per l’omonima nuova uscita pensano bene di ficcare tutto sotto una pressa idraulica. Il tandem di chitarra e voce di Smith piazza sull’altare sacrificale il capitalismo e prende ad accoltellarlo senza pietà alcuna. Sempre più lenti e marcescenti, gli Eye Flys doomificano il noise e rallentano quasi inchiodando, rendono il sound – già abbastanza maligno da essere scambiato per il demone più sporco mai evocato – ancor più osceno. L’orrore si manifesta in invocazioni sludge al sapor di fanghiglia bollente come magma una più assassina dell’altra, insultano e sbudellano la società, fanno a pezzi il rock’n’roll (Feeding Regression è un trapano infilato per via rettale su una pista da ballo all’inferno) e si fanno beffe di tutto e tutti armati di chiave inglese pronta a calare sul cranio del primo white collar a tiro.

Una regressione primitiva e salace, furibonda come non mai, a tratti hardcore nella sua chiavi di lettura più perversa, insomma, un gioiello di schifo bestiale.

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