Van Houten – The Tallest Room

Recensione del disco “The Tallest Room” (Clue Records, 2024) dei Van Houten. A cura di Francesco Giordano.

Il dream pop è uno dei tantissimi sottogeneri nati dal rock più alternativo. È uno di quei generi che, più di tanti altri, è figlio del tempo in cui nacque. Wikipedia lo data a metà anni ’80 ed il sound di questo genere, dopo quarant’anni, non si è mai discostato più di tanto da quello delle sue origini. Arrangiamenti e strutture raffinate che andavano, e vanno tutt’ora, scontrandosi con riff più potenti. È un suono, quello del dreampop, che riesce a riportare chi l’ascolta indietro nel tempo nonostante si stia viaggiando verso il futuro su binari molto veloci.

I Van Houten sono un po’ tutto questo: uno sguardo al passato (nel loro caso il primo disco omonimo uscito nel 2019 sempre per Clue Records) ma con una testa rivolta anche verso un futuro, prossimo o venturo, che sarà. Sono diversi, certo, dal loro esordio, ma neanche poi così tanto. Il sound, alla fine dei fatti, è quello. Chitarre distorte in maniera talmente dolce da ricordare dei synth e delle linee di basso che accompagnano mano nella mano la linea vocale. La grande differenza tra primo e secondo disco? L’aggressività. Sì, “The Tallest Room” è un album decisamente più aggressivo rispetto al precedente.

Non riesco a spiegare questa mia affermazione in altro modo se non con una metafora calcistica. Van Houten“, il disco d’esordio, è una squadra ordinata a cui piace giocare con la palla e che prima di arrivare in porta può far attendere anche svariati minuti. Una squadra, quindi, terribilmente bella da vedere nei suoi momenti di forma più alta, ma anche altrettanto noiosa nei suoi momenti più bassi.

The Tallest Room”, invece è totalmente all’opposto. È il gegenpressing di Klopp, anzi, visto che parliamo di una band di Leeds, è il feroce pressing usato da Bielsa per il riportare il Leeds in Premier League. Una controffensiva feroce, come abbiamo detto, ma anche incredibilmente organizzato e dolce se guardato con un certo occhio critico. Lo scopo di questo pressing è cercare di recuperare il pallone più velocemente possibile, lo scopo dei Van Houten è quello di fare arrivare la loro musica ed il loro messaggio con la stessa intensità, ma al posto delle gambe che corrono ci sono le chitarre.

Il giovane gruppo inglese riesce a fare un’ottima crasi tra quest’aggressività e questa dolcezza. Black and White, pezzo che apre il disco è quello che a tratti propone una strumentale più sfrontata, con una chitarra dal suono quasi grunge. Dall’altra parte della medaglia troviamo poi una canzone come Only Wanna Be with You, hit personale del disco, che è il baluardo della dolcezza e del romanticismo della band. Una canzone d’amore che inizia con una chitarra ed una voce ovattata che poi esplode con l’ingresso della batteria. Un minuto e quaranta di estasi amorosa e pop che dovrebbe non finire mai.

Ecco, i Van Houten sono una band che ha appena iniziato la sua carriera. Sono al secondo disco, sì, ma hanno ancora molto da aggiungere al loro repertorio. Rimanendo in termini calcistici, forse avrebbero bisogno di quel trequartista in grado di azzeccare l’ultimo passaggio per mettere l’attaccante da solo contro il portiere. Devono trovare quel qualcosa che possa farli “rimanere”.

Detto ciò, questo disco è molto bello e vale la pena ascoltarlo per un’infinità di motivi partendo da quelli sopra elencati. Cos’altro dire? Nulla, bisogna solamente ascoltare.

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