Higher Power – There’s Love in This World If You Want It

Recensione del disco “There’s Love in This World If You Want It” (Nuclear Blast, 2025) degli Higher Power. A cura di Andrea Vecchio.

Dopo gli esordi per la giovane Flatspot e il temporaneo connubio con la major Roadrunner, gli Higher Power da Leeds, confermando ormai il risaputo interesse delle label metal verso il punk e l’hardcore, producono il loro nuovo disco, intitolato “There’s Love in This World If You Want It”, per Nuclear Blast. 

L’importanza di questo lavoro è racchiusa nel periodo musicale nel quale vede la luce. Dopo i mezzi flop, infatti, se così vogliamo chiamarli, di Anxious e Fiddlehead, mancava negli ultimi tempi un disco disperatamente emocore , capace di raddrizzare la barra senza permettere a chugga-chugga o metalcore di arrivare a compromettenti fusioni sonore. Il terzo disco degli Higher Power è fortemente midwest, fortemente Engine Down, fortemente scritto per i ragazzi. Originale nella su concretezza e dolce, misteriosamente dolce. Non se la stanno vivendo bene, le nuove generazioni di punks. Sempre più coscienti e per questo sempre più emarginati, sentono ormai da tempo la necessità di un collante che crei quella comfort zone ove ritrovarsi e creare comunione. L’Outbreak Fest e la scena inglese degli ultimi anni costituiscono un riferimento immancabile per la loro crescita, e bands come gli Higher Power non fanno altro che immedesimarsi nella wave, contribuendo alla grande alla crescita de movimento.

A livello prettamente musicale, in questo “There’s Love in This World If You Want It” non vi è nulla di nuovo, sia ben chiaro, non illudiamoci di aver trovato l’Eldorado europeo. Siamo però distanti anni luce dagli esordi di “Space to Breathe” e l’evoluzione stilistica in positivo è palese. In questi brani, la band si è riscoperta più forte e volenterosa. Si tratta di nove canzoni midwest che hanno nella parte più “–core” dei Thursday la loro base operativa. Nove pezzi sofferti, sentiti, scritti con lo stomaco di chi digerisce ogni cosa. Lunar Tuesday e Absolute Bloom ci riportano indietro nel tempo di almeno vent’anni, ma il suono è più compatto, più teso. Count the Miles è composta da una furia risolutiva e un ritmo spezzato che ne fanno scuramente il brano più interessante del lavoro. My Sweet Surrender lascia aperti i più sconnessi scenari percettivi, lavorando sul tempo di ascolto come se fosse una ballad post-grunge e rientrando infine in quello schema tipico dell’emocore di stampo Deep Elm calma-furia-calma che, statisticamente, non ci fa mai abbandonare la nave, anche nelle situazioni più delicate. Non esagerano con l’urlato nemmeno dove ne avrebbero la possibilità, come in All the Rage: gli Higher Power sono fondamentalmente equilibrati e alla lunga questo è un aspetto che diventa sempre più vitale.

Dalla città che ha visto protagonisti, negli ultimi anni, Marcelo Bielsa e il ritorno dei Kaiser Chiefs, un inaspettato gioiello estivo. 

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