Above The Tree & Drum Ensemble Du Beat – Afrofulu
Recensione del disco “Afrofulu” (Bloody Sound, 2024) di Above The Tree & Drum Ensemble Du Beat. A cura di Simone Grazzi.
Se fosse un film sarebbe un poliziottesco ambientato tra le sgangherate strade di una periferia centro africana. Fitta polvere che insegue a elastico le stesse auto che l’hanno sollevata. Genere action movie grottesco-surreale velato di malinconia di fondo in stile primo Kassovitz o Guy Ritchie dei primi successi underground. Finale incerto. Il sospettato è fuggito in Europa. Ignoti i complici. Ma forse un’idea ce la siamo fatta. Non indaghiamo oltre. È più intrigante così.
Se fosse un romanzo sarebbe uno di quei libri che una volta entrato in libreria non ti saresti immaginato di comprare, ma che una volta iniziato a leggere finisci col disdire tutti gli appuntamenti fissati in agenda pur di leggerlo d’un fiato.
Se fosse una partita di calcio sarebbe Argentina – Camerun dei mondiali del 1990, dove Omam Biyik si solleva in maniera sovrannaturale dal terreno, resta in aria per un tempo infinito e batte con un gol di testa la squadra di Diego Armando Maradona. Risultato finale 1-0.
E infine se fosse un disco sarebbe l’ennesimo cazzutissimo album generato dal progetto Above The Tree & Drum Ensemble Du Beat, che a 10 anni esatti di distanza dal precedente “Cave Man” del 2014, torna a farsi sentire con 5 nuove tracce che risuonano come un alito di vento che si solleva dal deserto. Un respiro che si muove tra suoni suburbani e ritmiche selvagge. Un orizzonte che da nitido diviene offuscato da tempeste di sabbia afrobeat. Psichedelia (s)travolgente. Elettronica tropicale.
La combo dei sodali Marco Bernacchia ed Edoardo Grisogani, qui con Luca Rizzoli, mischia suoni techno anni ‘90 ai canti della tradizione sub sahariana per un risultato finale che genera corpi che si dimenano, scivolano, si toccano, contorcono, si allontano e si riprendono. Tutti indizi che il singolo d’esordio Talker X, compreso il video editato dallo stesso Marco Bernacchia/Above The Tree, a mio avviso non aveva del tutto svelato in anticipo rispetto alla data d’uscita del disco. Il resto dell’album è infatti forse più cupo e introspettivo rispetto a quanto non si fosse potuto immaginare. Le altre canzoni confermano tutto quanto, facendoti precipitare in atmosfere più dilatate e oscure, degne di un ipotetico sci-fi in stile Blade Runner ambientato tra le rovine di una futura megalopoli sprofondata nel deserto.
Lagos è un’intricata coltre di sabbie mobili, Bufalo un mantra ripetuto all’infinito con un finale in crescendo mentre F.C. Lampedusa e la conclusiva $abbie sono riti tribali lisergici e ipnotici. “Afrofulu”, il cui significato letterale è afro spazzatura, conferma quanto di buono il precedente “Cave Man” aveva espresso e, se mai ce ne fosse stato bisogno, pone ancora una volta l’attenzione su questo più che pregevole collettivo musicale.
Il risultato è convincente e (soprattutto) avvincente, ma la cosa che spero di più è che non debbano trascorrere altri 10 anni dal prossimo capitolo di questa bellissima storia musicale.




