Beyoncé – Cowboy Carter
Recensione del disco “Cowboy Carter” (Parkwood / Columbia, 2024) di Beyoncé. A cura di Simone Capolongo.
Iconica, trasgressiva, diva assoluta. Mi sento quasi a disagio a recensire o, in qualche modo, giudicare un disco di Beyoncé. Ho quasi soggezione davanti alla sua figura. Per me, infatti, attualmente è la regina del pop internazionale. Tra l’altro, pochi giorni fa, ho scoperto che esiste una vera e propria religione che ha Queen B come dea. Questo non fa altro che complicare le cose.
Il nuovo album “Cowboy Carter”, annunciato in grande stile durante il Superbowl, è uscito il 29 marzo, dopo una lunghissima gestazione durata quasi 5 anni. Un lavoro in studio che ha avuto il supporto di tantissimi collaboratori tra cui Dolly Parton, Willie Nelson, Linda Martell, Stevie Wonder, Miley Cyrus, Post Malone, Nile Rodgers, Gary Clark Jr e Pharrell. Un gruppo incredibile, quasi esagerato per un solo disco, ma Beyoncé voleva fare le cose in grande e creare una vera miscela di idee e diversi modi di approcciare la musica. Un disco lungo (ben 80 minuti), forse un po’ troppo per questo periodo storico dove il livello di attenzione dell’ascoltatore è molto basso. Un rischio che l’artista texana si è presa per dare una dimensione di spessore a questa sua opera e vista la base di partenza di quasi cento pezzi, forse non si poteva tagliare ulteriormente.
Il secondo atto della trilogia, che segue “Reinassance”, affonda le sue radici nel country ma country non è, come ha dichiarato la performer. In quel genere, però, vuole essere considerata, come fosse una provocazione, perché il country è affare per bianchi. E se non riuscirà a lasciare un segno vero e proprio in quel territorio, vuole almeno provare a rompere quei confini ideologici ancora oggi troppo limitanti. La prima sfida di questa battaglia la vince facilmente. Con il singolo Texas Hold’Em, infatti, diventa la prima donna nera ad arrivare in cima alla Hot Country Songs stilata da Billboard. Questo probabilmente sarà altro materiale per quella frangia femminista che spesso l’ha criticata per alcune scelte discutibili, a loro modo di vedere. Tra le critiche, arrivate dopo l’annuncio della nuova uscita discografica, troviamo anche quella di Azealia Banks che l’ha definita la cosplayer di una ragazza bianca.
Texas Hold’Em, di cui abbiamo parlato all’inizio, è uscito quasi accompagnato dall’autobiografica (?) 16 Carriage che racconta una difficile adolescenza e un complicato rapporto padre/figlia. American Requiem apre alla grande il disco, con un interpretazione vocale di livello e tutto il talento di Beyoncé che emerge e dà subito alcuni indizi sullo spessore del disco. Miley Cirus e Post Malone entrano in gioco nella parte centrale del disco e lo fanno in grande stile. L’ex stellina della serie Hannah Montana ha prestato la sua voce in II Most Wanted e ha poi dedicato a Bey un significativo post su IG:
Amo Beyoncé da molto tempo prima di aver avuto l’opportunità di incontrarla e di lavorare con lei. La mia ammirazione è molto più profonda adesso che ho creato con lei. Grazie Beyoncé. Sei tutto e di più. Ti amo..
Questo a rappresentare quanto Bey sia amata anche dalle colleghe. Non è poi così scontato in un mondo in cui ormai conta solamente primeggiare. L’autore di “Austin” e “Twelve Carat Toothache“, invece, si diverte in Levii’s Jeans un brano, a tratti quasi spinto, i cui suoni potrebbero essere la base del terzo capitolo della trilogia. Una curiosità: dopo la pubblicazione del brano le azioni di Levi’s hanno avuto un aumento del 20% in Borsa. Un vero affare! Nella tracklist trovano spazio anche le cover di Jolene di Dolly Parton e Blackbird dei Beatles. Due brani storici legati alle tematiche razziali che da sempre fanno parte della carriera e degli ideali di Bey.
Notevole il lavoro fatto in studio per dare credibilità ad un disco che si ispira alle origini del country. Molti strumenti suonati (alcuni ricercati) che risaltano all’ascolto. Poca elettronica o, meglio, dosata nei punti giusti. Sicuramente è un prodotto commerciale, pompato e lanciato in grande stile e che punta a scalare le classifiche di vendita ma, nonostante ciò, Beyoncé cerca di proporre qualcosa che si distacchi da tutta la musica pop “usa e getta” che sempre più spesso ci viene servita.
“Cowboy Carter”, anche se molto lungo, va ascoltato per intero. Tendiamo sempre più spesso a prestare orecchio solo ai singoli radiofonici ma in questo lavoro c’è molto materiale che merita attenzione e alcuni brani non devono passare sottotraccia. Per la musica, per l’immagine e per tutto ciò che rappresenta Beyoncé al momento è una spanna sopra a tutte. Molte altre artiste si stanno imponendo a livello internazionale, vedi Taylor Swift e Dua Lipa, ma nella mia personale classifica, credo che lei resterà al comando ancora per molto tempo.




