Nils Frahm – Day
Recensione del disco “Day” (Leiter, 2024) di Nils Frahm. A cura di Gianfranco Maselli.
Sarà che è stato il pupillo dell’ultimo pupillo dell’ultimo pupillo di Tchaikovsky, o che in ogni disco ama spingersi sempre un po’ più in là, ma bisogna ammettere che a Nils Frahm si potrebbe perdonare davvero qualsiasi cosa, anche una lunga assenza.
Non è però il suo caso: Frahm dalla scena non se ne è mai andato, anzi negli ultimi tempi produce lavori discografici praticamente con cadenza quasi annuale. È diventato così prolifico che dopo il successo di “Music for Animals” un 2023 senza alcuna uscita ci aveva quasi fatto preoccupare. Proprio quando la gente corre ai ripari e la critica intavola congetture, il musicista tedesco pubblica qualcosa che più che assomigliare ad un album sembra un discorso unico, dove lessemi semplici e tradizionali si addossano l’uno sull’altro in modo del tutto sperimentale.
Quella verbale è davvero la dimensione migliore in cui costruire le metafore giuste per descrivere “Day“, l’ultimo disco di Nils Frahm. Personalmente vi confesso che questo piano descrittivo mi piace così tanto che lo utilizzerei anche per tracciare l’andamento delle ultime produzioni del musicista tedesco, parecchio più asciutte rispetto alle prime. Sembra quasi abbia passato anni a scrivere discorsi complessi, ad impilare l’una dietro l’altra frasi artefatte e sempre più sperimentali, cercando di accostarle in un modo sempre nuovo e imprevedibile. Frahm non ha mai incontrato il disappunto di quel pubblico che è sempre lì, dall’altra parte, a leggere e a consumare il prodotto.
Tuttavia, sappiamo che l’essenziale alberga dietro le quinte, nei processi produttivi, nella testa di chi è lì a scrivere e non dorme, pensando a quale possa essere in quel momento il modo più originale e appagante per esprimere un concetto. In questa ricerca, alle volte spasmodica, spesso il risultato che si insegue non è chiaro. Quello che è cristallino piuttosto è l’obiettivo: cercare di non annoiare sé stessi, prima ancora del pubblico.
È probabile dunque che, dopo una lunga narrazione fatta di parole difficili, anni fa Nils Frahm abbia incontrato la noia e, per scamparvi, abbia cominciato a pensare di scrivere qualcosa che spiazzasse prima di tutto sé stesso. Il risultato è un ritorno. Frahm sembra aver compiuto un giro lunghissimo che dalla sperimentazione elettronica del passato lo ha ri-portato all’origine, alla materia prima più grezza sulla quale per anni ha ricamato: il pianoforte.
Scrivere che si tratta di un disco di musica classica o, peggio, di sei brani eseguiti dal musicista tedesco al pianoforte sarebbe dozzinale e ingiusto. “Day” è un disco di sei tracce decisamente radicate in sonorità classiche e asciutte, fatte di parole che scorrono semplici sul pianoforte, tenute tuttavia insieme da un approccio tutt’altro che classico allo strumento. La sperimentazione che Frahm ha inseguito per anni nel suono sembra essersi tradotta in un modo di suonare il pianoforte completamente personale: tenero e soffice nel suono, sospeso negli arrangiamenti.
La partitura è imprevedibile e quasi implicita, tanto da suggerirci quanto le note che non vengano suonate contino di più di quelle udibili. Frahm demolisce la forma canzone e costruisce veri e propri paesaggi sonori dove il pianoforte dialoga e si integra con un sound design “vivo”, dove si distinguono gli scricchioli dello sgabello del pianista, i rumori provocati dalla pressione dei testi, il fiato di Frahm stesso, la tensione dell’esecuzione.
Il risultato è un’esperienza sonora davvero suggestiva, impreziosita da inaspettati field recordings come quei cani che abbaiano in lontananza in Butter Notes assieme ai lunghi e drammatici riverberi, determinanti in You Name It, Tuesdays e Hands On.
Changes è forse l’unico pezzo in cui Frahm si scompone, letteralmente, regalandoci una fotografia sonora unica in cui mi piace immaginarlo tuffato dentro il pianoforte fino al busto, intento e pizzicare le corde del suo strumento come se fosse un’arpa, producendo un’overture dal sapore quasi orientale, che ci prepara al meglio all’ultimo brano di “Day“, Towards Zero.
Nils Frahm costruisce un finale drammatico e lugubre, dove alla litania di un pianoforte di memoria Tchaikovskiana si uniscono un imprecisato cinguettio di uccelli in lontananza, il calpestìo della terra bagnata e una solitudine tutta boschiva.
Nils Frahm è un po’ come lo zio che incontriamo due o tre volte l’anno e che, ogni volta, non vediamo l’ora di riabbracciare. Ai nostri occhi sarà sempre più interessante dei nostri genitori e di qualsiasi altro parente stretto. Se ne va in giro per il mondo, torna quando vuole lui e quando lo fa ci racconta storie incredibili e imprevedibili, ci porta doni che non credevamo potessero esistere e, soprattutto, ci regala orizzonti sonori inediti, per il pubblico ma prima ancora per sé stesso.




