High On Fire – Cometh the Storm
Recensione del disco “Cometh the Storm” (MNRK Heavy, 2024) degli High On Fire. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Ci hanno messo un po’, gli High On Fire, per tornare a veleggiare verso il maelstrom del disastro cui ci avevano abituati. Pirati del metal, come si sono definiti in una recente intervista, si fanno forti del nuovo membro della ciurma Coady Willis, che noi ben conosciamo per essere uno che non lesina in mazzate (come dimostrano i suoi Big Business e i dischi da loro condivisi coi Melvins) e danno alle stampe “Cometh the Storm”, ancora una volta con al timone Kurt “Converge” Ballou.
Le premesse per dare capocciate al muro ci sono tutte, con il Grammy per Best Metal Perfomance in bacheca ma, soprattutto, con la fotta che li accompagna ormai di norma. Pike non si lascia sfuggire l’occasione di evocare ancora una volta tutto il lemmismo demoniaco che da sempre contraddistingue la sua ugola ormai abrasa da secoli e secoli di marijuana. Cosa cambia, quindi? In pratica nulla, ma l’energia è raddoppiata. Se già in “Electric Messiah” la materia metallica era portata oltre la finezza, qui si fa ancor più imponente, diretta ed epica. Dici poco, per gente che ha scritto album come “Blessed Black Wings”.
Lambsbread è il biglietto da visita che ti rifilerebbero dei ceffi in un vicolo fetido spedito ai cento all’ora nello spazio, Karanlık Yol, invece, richiama Abdul Alhazred evocato a pieni poteri, con in mano il Necronomicon, pronto a evocare il Male supremo attraverso melodie sciamaniche dall’altissimo gradiente drogonirico che guarda all’Oriente misterioso di un passato solo immaginato, sensazioni che ritornano elettrificate sull’obnubilante title track, con tanto di bonus di riff pachidermici e massacri tribali sull’asse ritmico. Willis infatti si dimostra l’innesco necessario per accedere a un altro modo di intendere il sound highonfireiano, una macchina ampiamente collaudata ma che qui manda i motori ancor più su di giri, quindi piazza pattern animaleschi in Trismegistus mentre Pike si lancia in urla bestiali lunghe come spadoni a due mani.
La materia sludge putrescente del monolite nero pece Darker Fleece e l’abbacinante Tough Guy (che pare uno stormo di draghi incazzati pronti a radere al suolo tutto ciò che incontrano) fanno a spallate con The Beating, hardcore punkata infestante da demolition derby tra astronavi perse nel cosmo per due minuti e rotti di frenesia ignobile e l’impazzita Lightning Beard, maglio perforante a propulsione Motörhead, facendosi quasi quasi heavy metal su Hunting Shadows, scala al paradiso di melodie brillanti che sbucano dalle nebbie di un album altrimenti completamente votato alla claustrofobia.
In ambiti come quello che gli High On Fire hanno contribuito a sviluppare non è semplice evolvere senza incappare nel trito e ritrito, eppure, pur muovendosi in orizzontale, la band di Matt Pike è ancora una volta in grado di andare ben al di là di una barricata che ha eretto in prima persona. E poi sembra di infilarsi in un tritacarne. Che volete di più?




