Pearl Jam – Dark Matter

Recensione del disco “Dark Matter” (Monkeywrench/Republic, 2024) dei Pearl Jam. A cura di Haron Dini.

Vaglielo a dire a Eddie Vedder di fare un disco marginale o trascurabile. Il precedente “Gigaton” del 2020 aveva fatto storcere più volte il naso per la sua debolezza compositiva, stessa cosa vale anche per “Lightning Bolt” del 2013, a parte tre o quattro canzoni. Una di queste è Sirens, che può ancora girare in shuffle nelle nostre playlist. Ai Pearl Jam si vuole sempre bene e anche se gli viene in mente di comporre un disco inutilmente più rock del dovuto il rospo lo si ingoia senza troppi giri di parole, arrivando al punto da resettare l’epoca d’oro della band per arrivare al presente con un giudizio quantomeno superato, seppur non a pieni voti.

Questa volta il quintetto di Seattle si dirige agli Shangri-La Studios a Malibu e stringe un un accordo con Andrew Watt, plurivincitore di Grammy, la cui statura e credibilità sono cresciute negli ultimi anni con acclamate collaborazioni come Ozzy Osbourne, Rolling Stones, Miley Cyrus, Iggy Pop a tanti altri. Questo ha fatto sì che la band si affidasse a lui per la supervisione delle sessioni di “Dark Matter“, in uscita il 19 Aprile. Il passato glorioso rimane passato e questa è una nuova fase della band che possiamo già ufficializzare da ben prima di “Backspacer“. In “Dark Matter” invece si ritorna sempre in quelle sezioni rock a cui i Pearl Jam negli ultimi 20 anni ci hanno abituato, una intro ambient un po’ inquieta per per poi esplodere in ritmi cadenzati per tutta la durata della canzone. Questa è Scared of Fear, che passa il testimone successivamente a React, Respond che non si diversifica dalla precedente ma comunque nei ritornelli un po’ evocativi mostra un po’ di ispirazione.

La successiva Wreckage vuole mascherare una ormai lontana Just Breathe, ma tutto sommato il brano riesce a tenere testa a tutto l’ascolto e sicuramente sarà destinata a scaldare il pubblico ai concerti e ad accendere i flash dei cellulari o degli accendini. Successivamente troviamo Dark Matter, il primo singolo uscito, che a posteriori abbiamo trovato come canzone tutto sommato accettabile ma la cui produzione non rendeva giustizia ad un sound così accattivante. Da qui in avanti troveremo una serie di canzoni dal tiro emotional e rock punk, come l’apprezzatissima Won’t Tell, Upper Hand, Waiting for Stevie e soprattutto Running, che alzano l’asticella dell’interesse con qualche momento particolare.

Il piano sequenza di “Dark Matter” subisce un calo drastico nelle successive Something Special e Got to Give, dando l’impressione di essere dei riempitivi. Due canzoni poco riuscite che trasudano troppa melodia zuccherina, elemento che abbiamo già ascoltato precedentemente verso la metà del disco. Si chiude il tutto con Setting Sun, un brano dal tiro folk rock che non sistema le carte in tavola ma che dona una chiusura gradevole ma non certo d’impatto.

Dark Matter” è un titolo che parla dell’interiorità delle persone, questa zona e materia oscura che padroneggia l’animo umano e che purtroppo ci porta a fare cose orribili, e come al solito Eddie Vedder ci incoraggia a prendere la parte più buona di noi stessi e a invitarci a fare la cosa più bella e più grande che possiamo fare. Musicalmente, invece, si ritorna allo stesso problema: ci sono tanti cali e parabole discendenti che continuano ad alzarsi e ad abbassarsi ad ogni ascolto, rendendo tutto ciò un po’ confuso e non lineare.

Un disco rock che poteva dire e dare molto di più, ma che alla fine lascia poco anche solo da fischiettare.

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