The Libertines – All Quiet on the Eastern Esplanade
Recensione del disco “All Quiet on the Eastern Esplanade” (EMI, 2024) dei The Libertines. A cura di Davide Bonfanti.
Qualche anno fa sono stato forzatamente inserito in un gruppo whatsapp a tema “rimpatriata dei coetanei” del mio paesino d’origine. Considerato che all’epoca avrò avuto sì e no 25 anni e che l’idea stessa di una rimpatriata con persone che nei casi peggiori non vedevo da cinque/sei anni mi sembrava francamente ridicola, fui ben contento di togliermi da quel gruppo in meno di cinque minuti – senza considerare che se avevamo smesso di vederci un motivo ci sarà pur stato. Insomma, tutto questo per dire che ho una certa diffidenza per le rimpatriate.
Ecco perché quando ho saputo di “All Quiet on the Eastern Esplanade”, nuova uscita dei The Libertines, non è che fossi propriamente entusiasta, tanto più alla luce del precedente e dimenticabilissimo “Anthems For Doomed Youth”. I sospetti sono rimasti immutati: cari Libertines, se non ci siamo sentiti per gli ultimi dieci anni ci sarà pure un motivo, no? Perché dobbiamo forzare tutto questo e non accontentarci dei bei ricordi insieme?
Il primo ascolto delle due tracce in apertura del disco non ha fatto altro che rafforzare la mia impressione: l’atmosfera suona come quella di una rimpatriata, con clapping a profusione, cori e adlibs a creare una sensazione di compagni di classe che si rincontrano, la gioia delle pacche sulle spalle e dei calorosi abbracci di rito.
Basta prestare un filo in più di attenzione per notare però le prime crepe in questa impressione: l’apertura affidata a Run Run Run altro non è se non una presa di consapevolezza sul tempo che passa inesorabilmente, mentre la successiva Mustangs ironizza sulle irrealizzate e più impensabili aspirazioni di ognuno, perché siamo tutti quel compagno di classe che la notte sogna di correre su auto di lusso. Vuoi vedere che c’è molta più consapevolezza del tempo passato in questo album dei The Libertines che nel 98% delle pizzate di 5A?
Dopo il gradevole ma abbastanza dimenticabile I Have A Friend, che suona un po’ come se i The Libertines avessero voluto coverizzare i The Libertines, arriviamo ad una delle gemme del disco. Come ad ogni rimpatriata che si rispetti, è infatti arrivato il momento socio-politico della serata, in cui ci si siede con faccia seriosa attorno al tavolo a confrontarsi sulla situazione attuale del Paese: ad assolvere al compito è Merry Old England, pezzo più vicino alle produzioni soliste di Doherty che alle classiche uscite libertinesiane. Con i suoi inediti cori femminili e sezioni di archi – avreste mai detto 15 anni fa che qualcuno avrebbe scritto queste cose su un pezzo del quartetto londinese? – Merry Old England dipinge una situazione non troppo distante dalla nostra, con uno sguardo di disincantata empatia verso i disperati venuti qui seguendo promesse scintillanti come le bianche scogliere inglesi, giusto per scoprire che l’incessante azione del mare le ha rese smunte e grigie.
In effetti, i momenti più brillanti dell’album sono quelli che ripescano non tanto dalla passata discografia del quartetto, ma dalle avventure soliste di Doherty e dallo stile da cantautore bohemien di “Grace/Wastelands”. Oltre alla già citata Merry Old England, vanno nella stessa direzione Night Of The Hunter e Baron’s Claw: la prima, che riprende il titolo dell’omonimo film, è una ballata chitarra e archi sulla quale si dipana il racconto di una sanguinosa vendetta; la seconda è un pop raffinato, che ricorda Sting degli esordi, una filastrocca per bambini raccontata in un jazz club fumoso. Ad impreziosire entrambi i brani, la voce di Doherty, che ha abbandonato le asperità dei primi due album per acquisire maggiore rotondità e profondità.
Con una conclusione circolare, il disco si chiude sulle stesse atmosfere con cui si era aperto, come l’ultimo giro di bevute prima di salutarsi: Shiver è un omaggio a quel britpop che tanto ha fatto da contraltare e fratello maggiore per la scena indie UK, mentre la successiva Be Young è forse il pezzo più canonico per la band, a ricordarci un’ultima volta che fine hanno fatto i likely lads. Il momento dei saluti è affidato a Songs They Never Play On The Radio, e ritornano qui alla grande le atmosfere da reunion, con quel coro finale a ripetersi che invoglia al singalong abbracciati, e l’annessa cazzoneria che restituisce quell’immagine di spensieratezza.
Esattamente come al termine di una reunion delle superiori, si arriva alla fine di “All Quiet…” felici dell’occasione capitata per ritrovarsi e assolutamente pronti a ripeterla. Magari tra una decina d’anni, perché dopotutto se abbiamo smesso di vederci un motivo ci sarà pur stato.



