Peter Doherty – Felt Better Alive
Recensione del disco “Felt Better Alive” (Strap Originals, 2025) di Peter Doherty. A cura di Chiara Crisci.
Negli anni della sua lunga e fortunata carriera o da rockstar frontman dei Libertines (prima dal ‘97 al 2004, poi, nel 2010 e dal 2024 ad oggi) e dei Babyshambles (dal 2004 al 2014) o da solista, Peter Doherty ha incarnato l’identikit del candidato perfetto a finire nel fantomatico club dei 27 anni, con la sua vita da dandy maledetto tutto droga e rock’n’roll, sprezzante del pericolo del giocare a dadi con la morte e con la sorte.
Oggi, a 46 anni, dopo tentativi più o meno riusciti di riabilitazione e plurimi progetti artistici alternativi e coevi (oltre all’impegno come solista e con i Libertines, si ricordino anche i Puta Madres), vivo e vegeto, ha l’aspetto di un sopravvissuto, una specie di Dylan Thomas, terrorizzato dalla prospettiva di morire prima di aver composto “qualcosa di dolce e introspettivo che avesse il suono country delle migliori canzoni per cowboy malinconici”.
“And I had always planned to sing in a sweet and soulful way as only a cowboy can, but by saddle strap snapped like a dog-chewed tourniquet”, infatti, canta Pete, in quello che è un autentico manifesto programmatico di intenti, Felt Better Alive, canzone omonima del suo ultimo disco solista, pubblicato dall’etichetta Strap Originals, fondata dallo stesso artista inglese e realizzato in collaborazione con il produttore Mike Moore, chitarrista della band solista di Liam Gallagher.
Si tratta di indici inediti country rock che sono l’esito di un lungo percorso personale di disintossicazione dalle dipendenze dalle sostanze stupefacenti fino alla diagnosi recente di gravi problemi di salute (come il diabete di tipo 2) e di una ricerca artistica, durata nove anni, prima di approdare a una rosa di canzoni degne di assicurargli memoria, prima di morire.
L’eco indie folk, fatta di acustiche e assoli di violino, tromba e clarinetto, dello scenario della Normandia, dove Doherty ormai vive stabilmente, si percepisce in ogni brano, così come la sua intatta capacità narrativa da cantastorie di personaggi eccentrici e pittoreschi sull’orlo del precipizio e l’inconfondibile tormento della sua timbrica malinconica.
Il brano d’apertura, Calvados, è un’ode alla sua nuova idilliaca vita in campagna e alla sua patria adottiva, la Normandia, locus amoenus con i suoi sentieri campestri, l’esistenza semplice dei contadini e delle loro mogli, allietata dal sidro di mele, un “liquid gold”. Segue la ballad Pot Oo Gold, una tenera e intima ninna nanna dedicata alla figlia, Billie-May, ultima nata dalla relazione con Katia de Vidas, sposata nel 2021. Il brano, già rilasciato come singolo il 14 marzo, è stato accompagnato da un videoclip girato a casa Doherty, a Étretat, in Francia, in cui sono ritratti l’artista e la sua famiglia nella gioiosa quotidianità delle pareti domestiche. In The Day the Baron Died, altro singolo accompagnato da un altrettanto videoclip diretto da Thad & Numa, girato dell’onnipresente scenario gotico e decadente della Normandia, conferma la potenza lirica e la propensione narrativa del menestrello Doherty che rielabora in chiave teatrale un brano dei Libertines, Baron’s Claw (da “All Quiet on the Eastern Esplanade”, 2024).
Stade Océan, che pare rendere omaggio allo stadio Océane di Le Havre, suona perfettamente malinconica e metaforica al punto giusto con immagini poetiche che evocano il blu dell’oceano e del cielo, in cui nuotare (interessante la presenza nel testo di parti in francese, miste all’inglese, come nell’incipit “Stade Océan, ciel, marine / Océan, ciel / Just to be the one who says / I sail the ocean, he says / I sail the ocean, I sail the sea”). Out of Tune Balloon e Fingee (slang che indica l’eroina) sembrano, poi, delle brevi e filastrocche country che ironizzano e flirtano con l’idea del disfacimento, della fine e della sopravvivenza.
La già citata title track, Felt Better Alive, pubblicata come primo singolo, evidenzia il talento narrativo di Doherty. Il video musicale di accompagnamento, diretto dall’acclamata regista francese Rose Bosch è una vera esperienza cinematografica. Girato ancora nei paesaggi della Normandia, vede le attrici francesi Sophie Renoir e Laura Genovino interpretare le personificazioni della Morte e della Vita, alludendo al messaggio alla base del brano e dell’intero album: l’abbandono alla vita con le sue contraddizioni e al Trionfo della Morte.
La propensione narrativa di Pete appare luminosa anche nel trittico composto da Ed Belly, che dipinge il ritratto di un personaggio ambiguo, un cantautore alla deriva, bloccato in una stanza di motel (alter ego dell’autore?), che cantava tutti gli antieroi e gli ultimi (“he sang about anti-heroes, drifters, / weirdos, big dreamers from small towns / Cyberpunks, grifters, drunks, and retired rodeo clowns / The dispossessed, the dissipated, the desperate, and the damned”), Prêtre De La Mer, che racconta di un prete che richiama a sé i fedeli, e Poca Mahoney’s, una galleria di personaggi loschi e degradati, tra cui spiccano uno spacciatore di crack e un prete cattolico violento, il tutto arricchito dall’intensità del duetto con la voce delicata della cantautrice irlandese Lisa O’Neill.
A chiudere il lavoro, l’epigrammatica e enigmatica Empty Room ci lascia con un interrogativo delirante che suona più o meno così: “e se ti trovassi in una stanza vuota?”.
Introspettivo sul piano testuale, melodicamente a tratti scanzonato, “Felt Better Alive” è un punto di approdo artisticamente maturo della carriera di Peter Doherty, che, a dispetto della sua esibita sensazione di essere più vicino alla fine che alla vita, ha ancora qualche canzone preziosa da tirar fuori dal cilindro, prima di morire, perché, come dice lui stesso “le anime tormentate hanno una canzone che vale la pena cantare” e lui di tormento è più che esperto!




