Ugly – Twice Around the Sun
Recensione del disco “Twice Around the Sun” (Autoproduzione, 2024) degli Ugly. A cura di Nicola Stufano.
Le stagioni migliori dell’indie sono ormai lontane, schiacciate da musica più rumorosa e assordante. Tuttavia in quel di Cambridge qualcosa ancor si muove che non scenda a patti con la modernità più spinta, come quei Black Country, New Road che negli ultimi anni si sono distinti come una proposta tardo-indie ancora valida. E sempre da Cambridge, tra i loro amici, vengono adesso alla luce gli Ugly, una band che esiste già da molti anni, capitanata da Samuel Goater voce e chitarraed Harrison Jones chitarra, fondata nel 2016 e che nel periodo pre-covid si era fatta conoscere localmente rientrando nel filone di quel moderno art-rock alla King Krule, che anche in Italia ha attecchito parecchio tra Giorgio Poi, Post-Nebbia, Grappa.
La band negli ultimi anni si è profondamente rinnovata e ristrutturata, con il precedente bassista Brodie Weir e il batterista Charlie Wayne già dei BCNR, che hanno lasciato il passo rispettivamente ad Harry Shapiro e Theo Guttenplan, e l’inserimento di due elementi decisivi per il cambiamento espressivo: Tom Lane alle tastiere e Jasmine Miller-Sauchella, seconda voce e sassofono. I primi pezzi rilasciati, riuniti a inizio aprile in un EP di 6 tracce, hanno lasciato intendere che qualcosa di stuzzicante è in arrivo.
Un EP intitolato “Twice Around the Sun”, per l’appunto, che per durata ha la dignità di un disco, arrivando a 36 minuti. Dentro ci sono influenze variegate, dal folk degli anni ’70 alla musica corale passando per i cugini BCNR. Samuel ed Harrison mettono in disparte la chitarra elettrica, preferendo armonie in larga parte acustiche anche nei momenti sonoramente più ricchi. La parte corale è fulcro compositivo, una cosa tutto sommato rara dato che non stiamo parlando dei Neri per Caso: The Wheel è un divertissement sfacciato in questo senso, che poi si trasforma in un trascinante pezzo progressive acustico. Sha, cantata da Jasmine, è un po’ la loro Across the Universe dai riferimenti ironici al buddismo su una struttura più pop.
Icy Windy Sky è gemella compositiva di The Wheel: anche qui i cori la fanno da padrone, aprendo la strada a un finale in crescendo nel quale alla sezione ritmica viene data carta bianca per far casino. Curiosa davvero Shepherd’s Carol, che apre con un omaggio abbastanza esplicito a Baba O’Riley, lasciando poi spazio agli usuali ingredienti del sestetto. Ma la più bella è forse Hands of Man, la cosa più vicina ai BNCR dove il cantato di Samuel si fa più profondo e centrale, ricordando Isaac Wood, fino all’ossessiva ripetizione di “Have the times Become your only friend?“. I’m Happy You’re Here è il pezzo più noto, ma forse quello che colpisce meno, molto più lungo, arzigogolato e dispersivo dei precedenti.
Gli Ugly portano in dote un bel salto di qualità a livello espressivo e musicale, senza inventare nulla ma facendo con genuinità della buona musica acustica e ricercata. Con “Twice Around the Sun” rappresentano una delle cose più interessanti apparse in questa prima metà del 2024 sul fronte della scena indipendente albionica.




